Il coraggio di esserci

Green Book di Peter Farrelly con Viggo Mortensen e Mahershala Ali è un gran bel film che parla di razzismo, stereotipi, diritti civili e amicizia.
La pellicola racconta i due mesi di tournée nel profondo Sud degli Stati Uniti degli anni Sessanta del pianista e compositore Don Shirley che, temendo di subire ritorsioni da parte dei razzisti del luogo (essendo lui un uomo di colore), ingaggiò come autista (facente funzione di guardaspalle) l’italo-americano Frank Vallelonga (padre di uno degli sceneggiatori del film).
Durante il viaggio tra uno Stato e l’altro del profondo Sud degli U.S.A. i due uomini - benissimo interpretati da Mortensen (nel ruolo dell’italo-americano) e Ali (in quello del pianista) - imparano a conoscersi e tra loro nasce un’amicizia sincera in grado di durare negli anni.
Raccontando la loro storia, il film, tra le altre cose, mostra allo spettatore in modo plastico la differenza che passa tra lo stereotipo e il razzismo. Il primo è un’opinione frutto di pregiudizio che,…

L'arte di Keith Haring è una festa primordiale

Fino al 18 giugno 2017 a Palazzo Reale di Milano è aperta al pubblico la mostra Keith Haring. About art a cura di Gianni Mercurio.
Un'esposizione ben fatta che, oltre a mostrare al pubblico capolavori assai noti, espone anche alcune opere mai viste prima, in quanto di proprietà di collezionisti privati restii a concederle in prestito. 
Un’occasione, quindi, da non perdere se si vuole conoscere meglio il lavoro di Haring, tenuto conto anche del fatto che le opere esposte sono 110 e che provengono da 61 prestatori sparsi in tutto il mondo.
Una mostra che, proprio per la difficoltà di riunire le opere di Haring (molte delle quale di grande formato), è costata 2 anni di lavoro.

La mostra milanese ha come obiettivo quello di sottolineare le influenze dell’arte mondiale sul lavoro di Haring, per sfatare il facile mito di Haring artista semplice e spontaneo. 
Ecco, quindi, la scelta del curatore di affiancare alle opere di Haring quelle che furono per lui fonte di ispirazione: dall’arte classica a quella precolombiana; dalle creazioni dei nativi americani ai maestri del Novecento come Picasso, Pollock o Klee… passando dalla lupa capitolina vista da Haring come simbolo di maternità e dal fumetto.

Fonti artistiche che Haring fa sue in modo totale: non le scimmiotta, ma le cita in modo pop, facendole diventare segni, simboli, richiami universali.
Il tutto sempre puntando a un’arte che, ponendo al centro l’Uomo, si potrebbe definire una festa, una festa primordiale.
I sui lavori ricordano la danza tribale, il ritmo dei tamburi, il battito del cuore.
Le sue opere parlano dell’Uomo, di quello del passato e di quello presente. Dei suoi istinti. Delle paure. Delle aspirazioni.
Parlano dell’Uomo in modo “semplice”, diretto, usando segni e colori essenziali, ridotti all’osso.

Siccome quasi tutte le opere di Haring sono prive di titolo, non è possibile qui indicare quelle che più colpiscono il visitatore.
Va però ricordato come tali opere siano state realizzate da Haring utilizzando i supporti più disparati: dalla “classica” tela al telone di vinile; dalla carta al metallo; dalla pelle al legno… Una varietà che testimonia della volontà sperimentale dell’artista.

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