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Quando la macchia si fa ammirare. I Macchiaioli a Pavia

Signorini, Mercato del bestiame
Da oggi e fino al 20 dicembre prossimo, presso le Scuderie del Castello Visconteo di Pavia è possibile visitare la mostra I Macchiaioli. Una rivoluzione d’arte al Caffè Michelangelo, organizzata da ViDi, e curata da Simona Bartolena, con la collaborazione di Susanna Zatti.
L’esposizione pavese intende sottolineare il carattere innovativo dell’arte pittorica dei Macchiaioli che, lontani dalla levigatezza dei pittori accademici, dipingevano scene prese dal vero e con soggetti, spesso, di natura minore o bozzettistica, sempre, comunque, con un’attenzione alla luce e alla resa materica della stessa, attraverso un uso denso della pennellata.
Furono, spregiativamente, definiti, per questo, “macchiaioli” e loro, in tale definizione, si riconobbero al punto da assumerla a mo’ di manifesto pittorico. 
La loro arte, che si sviluppò nella seconda metà dell’Ottocento, mentre si stava unendo l’Italia, è spesso stata considerata un fenomeno regionale, non all’altezza dei grandi movimenti artistici che in questi anni si andavano sviluppando nel resto d’Europa. Ma, forse, tale giudizio è ingeneroso e non tiene conto delle influenze che alcuni dei macchiaioli esercitarono a Parigi, specie sui pittori impressionisti.

Ad ogni modo, sono numerosi i dipinti esposti a Pavia che danno un’ottima idea dei vertici raggiunti dai Macchiaioli. Tra di essi, sicuramente, tutti quelli di Giovanni Fattori che si conferma, così, l’esponente più importante del movimento.

Fattori, Lettera al campo
Piace, qui, soffermarsi brevemente sul suo dipinto di piccolo formato La lettera al campo (1873-1875) in cui si vede un soldato sdraiato sull’erba che legge la sua corrispondenza. Delle battaglie epocali che scossero l’Italia di quegli anni, Fattori ci restituisce la dimensione quotidiana e personale: per quel soldato, la lettera ricevuta era il momento più importante della giornata, il legame che lo univa ai suoi affetti a cui tornare dismessa la divisa. E dipingendo quel soldato, Fattori ci ricorda che il milite, prima di essere (anche) un patriota e un eroe è, prima di ogni cosa, un uomo.
Analogamente, Ferdinando Buonamici con il suo La caserma di Modena con i volontari della Quinta batteria toscana (1859), dipingendo i soldati stravaccati per terra in piccoli gruppi, ci ricorda che quelli che guardiamo, prima di tutto, sono dei ragazzi con le loro simpatie e la voglia di condividere tra loro emozioni e speranze.
Ma anche le Monachine (1861) di Vincenzo Capianca, sotto il velo, sono solo delle ragazze e chissà quali speranze nutrono e tengono strette nel segreto dei loro cuori…

Capianca, Le monachine
Speranze forse deluse (o forse no) quelle del venditore mostrato di spalle (ma sagomato dalla luce) da Telemaco Signorini ne il Mercato del bestiame (1864), dipinto di piccolo formato ma di grande emozione, che, per chi scrive, è fuor di dubbio il quadro più bello di tutta la mostra.

Esposizione che conferma come, certe “macchie”, non vanno cancellate, ma ammirate.

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