Il coraggio di esserci

Green Book di Peter Farrelly con Viggo Mortensen e Mahershala Ali è un gran bel film che parla di razzismo, stereotipi, diritti civili e amicizia.
La pellicola racconta i due mesi di tournée nel profondo Sud degli Stati Uniti degli anni Sessanta del pianista e compositore Don Shirley che, temendo di subire ritorsioni da parte dei razzisti del luogo (essendo lui un uomo di colore), ingaggiò come autista (facente funzione di guardaspalle) l’italo-americano Frank Vallelonga (padre di uno degli sceneggiatori del film).
Durante il viaggio tra uno Stato e l’altro del profondo Sud degli U.S.A. i due uomini - benissimo interpretati da Mortensen (nel ruolo dell’italo-americano) e Ali (in quello del pianista) - imparano a conoscersi e tra loro nasce un’amicizia sincera in grado di durare negli anni.
Raccontando la loro storia, il film, tra le altre cose, mostra allo spettatore in modo plastico la differenza che passa tra lo stereotipo e il razzismo. Il primo è un’opinione frutto di pregiudizio che,…

L'abito fa la regina

Un abito appartenuto a Maria Cumani Quasimodo
Se è vero che una persona dal portamento elegante, anche se indossa uno straccetto, resta elegante; è altrettanto vero che tale persona, con l’abito giusto, quello di alta sartoria, diventa regale.
A Palazzo Pitti a Firenze, con Donne protagoniste del Novecento, se ne ha la prova: nella Galleria del Costume, infatti, sono esposti diversi vestiti facenti parte del corredo di alcune donne famose del secolo scorso che, indossati da loro, le rendevano simili a delle regine.
Abiti realizzati, spesso, da grandi sarti e che rivelano un lavoro artigianale altissimo, degno di essere esposto in un museo.
Certo, non tutti i vestiti hanno resistito al mutare del gusto e della moda, ma tutti, oltre ad aver partecipato a crearle le mode, rivelano molto della personalità di chi li indossava.
Vestiti che raccontano di un tempo in cui partecipare a un evento richiedeva cura e rispetto delle convenzioni e degli altri. In cui ogni abito faceva il monaco o, in questo caso, la Signora.
E allora, la mente, non può fare a meno di immaginare ricevimenti sfarzosi, durante i quali si conversava educatamente e ai quali ci si presentava solo se adeguatamente abbigliati. Una compostezza esteriore che era indice di rigore mentale. 

A Palazzo Pitti sono esposti abiti di differenti sarti/stilisti, ma, assai opportunamente, essi non sono riuniti e mostrati al pubblico in base al nome di chi li ha confezionati, bensì di chi li ha indossati. 
Questo, perché, come detto, l’abito rivela la personalità di chi lo indossa(va) e, anche quando i vestiti esposti furono confezionati da mani differenti, essi appaiono consoni alla personalità della donna a cui quella particolare sala del museo è dedicata.
Le donne di cui si può ammirare “l’armadio” sono assai diverse tra loro per stili di vita e professioni: ad esempio, ci sono attrici divine come Eleonora Duse; danzatrici moderne come Maria Cumani Quasimodo; cantanti sofisticate come Patty Pravo. Ma ci sono anche stiliste come Rosa Genoni e designer come Susan Nevelson, o donne dell’Alta Società come la contessa Antonella Cannavò Florio...


La mostra, ideata da Caterina Chiarelli e allestita da Mauro Linari, va vista non solo da coloro che amano la bellezza e/o il glamour, ma anche da quanti pensano che l’arte non si esprima solo attraverso la pittura o la scultura, ma anche con l’ago e il filo.

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