Il coraggio di esserci

Green Book di Peter Farrelly con Viggo Mortensen e Mahershala Ali è un gran bel film che parla di razzismo, stereotipi, diritti civili e amicizia.
La pellicola racconta i due mesi di tournée nel profondo Sud degli Stati Uniti degli anni Sessanta del pianista e compositore Don Shirley che, temendo di subire ritorsioni da parte dei razzisti del luogo (essendo lui un uomo di colore), ingaggiò come autista (facente funzione di guardaspalle) l’italo-americano Frank Vallelonga (padre di uno degli sceneggiatori del film).
Durante il viaggio tra uno Stato e l’altro del profondo Sud degli U.S.A. i due uomini - benissimo interpretati da Mortensen (nel ruolo dell’italo-americano) e Ali (in quello del pianista) - imparano a conoscersi e tra loro nasce un’amicizia sincera in grado di durare negli anni.
Raccontando la loro storia, il film, tra le altre cose, mostra allo spettatore in modo plastico la differenza che passa tra lo stereotipo e il razzismo. Il primo è un’opinione frutto di pregiudizio che,…

Il cuore lacerato di Rita Iacomino

…. e mi fingo poeta di Rita Iacomino, Ibiskos editrice Risolo (Prefazione di Rodolfo Vettorello), è un libro di poesie che tolgono il respiro, e che va letto con attenzione e partecipazione.
In esso risuona nitido il grumo di dolore che sembra essersi radicato nel cuore «lacerato» della Poetessa la cui «anima scoperta | sbatte confusa | contro cespugli spinosi | salati | induriti».
Un dolore di cui sembra non sia possibile liberarsi e che non passa con il passare del tempo, ma, anzi, «come una lama | affonda nell’anima | già ferita».  
Un dolore fatto anche di ricordi. Ricordi in cui ci si specchia e che rimandano di sé un’immagine deformata.
Non resta che sperare di «Recidere ricordi, | con la punta di un diamante | e abbandonarsi | alla spirale di dolore | fino a fermare il pianto».  

Sono versi forti quelli della Iacomino. Versi impietosi che non lasciano speranza, perché descrivono mondi chiusi, asfittici, in cui si vive come dentro una gabbia e, perciò, tolgono il respiro al lettore partecipe.

Ma la speranza di poter tornare a «volare» ed eludere un futuro temuto («Resterò da sola, | fra parole inghiottite | e domande senza risposte») sembra essere affidata alla capacità rigeneratrice e onirica della poesia: «Scrivo sul foglio parole amare | e spero diventino una fiaba | che trasformi una lama | in una rosa senza spine».

E, allora, il titolo dell’opera sembra poter essere letto, più che come una dichiarazione di modestia, come un atto di fede nelle capacità terapeutiche della poesia: … e mi fingo poeta.
Una “finzione” riuscita assai bene: indubbiamente la Iacomino è poetessa.

Commenti