La vita peccaminosa di Caravaggio

Tutti i miei peccati sono mortali di Giuliano Capecelatro edito nel 2010 da il Saggiatore è un saggio su Caravaggio che ha molto del romanzo. In esso, infatti, l’Autore narra la vita e le opere di Caravaggio facendo diventare il pittore un vero e proprio personaggio: ne narra non solo le azioni, ma anche i pensieri, i sentimenti, le paure, gli stati d’animo e le intenzioni.
Per calarsi nella mente del grande Maestro il saggista parte dai rari dati documentali (verbali di tribunale; diari di committenti e mercanti d’arte; note biografiche redatte da pittori contemporanei) e dai capolavori dipinti e traccia un convincente profilo psicologico. Ne esce la figura di un uomo tormentato; dal carattere difficile; incline alla rissa (e non si dimentichi che arrivò a uccidere un uomo); amante del bicchiere e attratto sessualmente sia dalle ragazze, sia dai ragazzini (tra cui Mario Minniti e Cecco del Caravaggio).
Una narrazione, quella di Capecelatro, vivace e felice specie nelle descrizioni d’ambi…

Razzismo interiorizzato

12 anni schiavo di Solomon Northup edito in Italia da Newton è una testimonianza agghiacciante di cosa potesse succedere a un uomo di colore nato libero negli stati del Nord degli Stati Uniti se aveva la sventura di essere rapito e venduto come schiavo a un proprietario terriero del Sud, dove la schiavitù, nella seconda metà dell’Ottocento, non era ancora stata abolita.
Solomon Northup, infatti, era nato libero e viveva del suo lavoro quando fu rapito e venduto a schiavisti senza scrupoli che non tennero in alcun conto il fatto che fosse un uomo libero.
Northup fu, così, costretto a vivere come schiavo per ben 12 anni, fino a quando non riuscì ad avere l’aiuto di alcuni gentiluomini bianchi che lo riportarono alla libertà e al Nord.
Furono 12 anni in cui a Northup non furono risparmiate angherie, violenze e soprusi, oltre a fatiche disumane.
12 anni in cui tentò anche la fuga, rischiando la vita, ma senza successo: il sistema schiavista era così ben organizzato che allo schiavo non restava che accettare la sua condizione o morire.

La narrazione di Northup è precisa e circostanziata e al lettore vengono raccontate non solo le sventure del protagonista, ma anche quelle degli altri schiavi che con Northup condividevano il destino avverso.
Uomini e donne trattati come animali, tanto che, più di una volta, Northup, riferendosi agli schiavi, parla di “bestiame umano”.
In tal modo, infatti, erano considerati dai proprietari terrieri: delle bestie da lavoro, da tenere nell’ignoranza più crassa, e da comandare a colpi di frusta.
Condizioni disumane giustificate dal razzismo: i “negri” non erano davvero degli uomini e, in alcun modo, potevano essere considerati simili a un bianco.
Un razzismo che, a tratti, sembra essere stato interiorizzato dalle stesso Northup che si trova, a volte, ad affermare che, nonostante fosse un uomo di colore, anche lui poteva essere considerato intelligente (almeno come certi bianchi) e anche lui provava sentimenti di affetto verso i propri figli (anche se tali figli erano neri come lui)...
Razzismo interiorizzato che, se non lo porta mai a giustificare la schiavitù in quanto tale, lo porta a giustificare alcuni schiavisti, affermando che non era colpa loro se erano schiavisti e brutali, ma della società in cui erano nati. 
Se lo schiavista è crudele la colpa non è sua, quanto del sistema in cui vive. Egli non può che subire l’influenza delle abitudini e delle regole sociali che lo circondano. Se sin dall’infanzia gli viene insegnato da tutto ciò che vede o sente che la schiena dello schiavo è fatta per ricevere bastonate, non potrà cambiare opinione negli anni della maturità.
Evidentemente, a Northup, tra l’altro, sembra sfuggire il fatto che nessuno obbligava un bianco a comprare un uomo e renderlo schiavo, tanto è vero che vi erano, tra i bianchi, gli “abolizionisti” che si battevano affinché la schiavitù fosse abolita. Chi schiavizzava un “negro” lo faceva, dunque, a ragion veduta e proprio perché lo considerava appartenente a una razza sub-umana.

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