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La grande bellezza


La grande bellezza di Paolo Sorrentino è un film denso come un romanzo e feroce come un pamphlet.
In esso il regista descrive e si fa beffe di un ambiente sociale preciso e ben delineato: quello aristocratico e alto borghese fatto di gente nullafacente che tenta di porre rimedio alla noia tra una cena e una festa, tra un evento artistico e una scopata. 
Gente morta dentro che perde la vita senza neppure rendersene conto.
Persone di dubbio gusto che sporcano, al pari di sozzi scarafaggi, la grande bellezza romana.
E non è un caso, forse, che spesso il regista tenda a riprendere tali individui con panoramiche dall’alto: li appiattisce al suolo e ne evidenzia il loro essere miserabile. 
Come non è un caso il contrasto ripetutamente segnato dalla regia tra le feste brulicanti e sguaiate, frequentate da tali personaggi, e la deserta e maestosa bellezza di Roma.

In mezzo a tali persone si muove, apparentemente a suo agio, il protagonista, impersonato da uno strepitoso Toni Servillo (un colosso della recitazione mondiale). Uno scrittore che, alla soglia della vecchiaia, si accorge che le crepe che si sono aperte dentro di lui mentre perdeva il tempo a vivere la mondanità si sono fatte profonde e lo chiamano a una valutazione impietosa della sua vita. Crepe che vorrebbero essere riempite di valori, di bellezza, di senso, di spiritualità…
Ma lo scrittore (di un solo libro) si è circondato di persone inconsistenti e neppure l’incontro con un cardinale (il bravissimo Roberto Herlitzka) può portargli giovamento: infatti, si tratta di persona ugualmente fasulla impegnata a “indottrinare” gli altri con ricette di cucina…

Accanto a Servillo, oltre al già ricordato Herlitzka, vanno menzionati almeno Carlo Verdone, Pamela Villoresi e Galatea Ranzi.
Un film non facile che vale la pena vedere con attenzione.

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