La vita peccaminosa di Caravaggio

Tutti i miei peccati sono mortali di Giuliano Capecelatro edito nel 2010 da il Saggiatore è un saggio su Caravaggio che ha molto del romanzo. In esso, infatti, l’Autore narra la vita e le opere di Caravaggio facendo diventare il pittore un vero e proprio personaggio: ne narra non solo le azioni, ma anche i pensieri, i sentimenti, le paure, gli stati d’animo e le intenzioni.
Per calarsi nella mente del grande Maestro il saggista parte dai rari dati documentali (verbali di tribunale; diari di committenti e mercanti d’arte; note biografiche redatte da pittori contemporanei) e dai capolavori dipinti e traccia un convincente profilo psicologico. Ne esce la figura di un uomo tormentato; dal carattere difficile; incline alla rissa (e non si dimentichi che arrivò a uccidere un uomo); amante del bicchiere e attratto sessualmente sia dalle ragazze, sia dai ragazzini (tra cui Mario Minniti e Cecco del Caravaggio).
Una narrazione, quella di Capecelatro, vivace e felice specie nelle descrizioni d’ambi…

Un guazzabuglio musicale

Nel 1931 Aldo Finzi compose, su libretto di Carlo Veneziani, l’opera in tre atti La serenata al vento che, anche a causa della promulgazione da parte del regime Fascista delle leggi razziali (Finzi era ebreo), non vide mai la luce.
Ieri sera, grazie alla Jerusalem Foundation e ai suoi partners, l’opera è stata rappresentata per la prima volta in assoluto sul palcoscenico del Teatro Donizetti di Bergamo.
Va detto che La serenata al vento è una gioviale presa in giro di tutti quei fatti inverosimili che si possono vedere nelle opere della tradizione lirica: scambi di persona, agnizioni, fulminei innamoramenti... Il risultato complessivo, però, non sembra ben riuscito, perché se l’intento del librettista era presumibilmente ironico, lo spettatore moderno resta piuttosto freddo di fronte all’andamento della trama.
Ciò avviene anche perché, musicalmente parlando, l’opera è un po’ caotica e non avvince l’ascoltatore al primo ascolto.
Non ha facilitato neppure la piuttosto brutta messinscena del regista Otello Cenci che, muovendo dall’intento ironico e “metateatrale” di cui si è detto, ha ambientato la vicenda in un teatro: gli interpreti si muovono su una pedana circondati da oggetti di trovarobato teatrale. Ciò facendo, però, ha forse tolto mordente all’intento ironico degli autori.
Per quanto attiene agli interpreti, infine, va detto senza reticenze che essi non sono stati bravi né come cantanti (in quanto si faceva davvero fatica a sentirne le voci), né come attori.
Il risultato complessivo è stato quello di avere la sensazione di stare assistendo a un guazzabuglio musicale. Sensazione non piacevole.
Il pubblico presente in sala, al calar del sipario, si è diviso tra quanti hanno applaudito (forse alle intenzioni) e quanti hanno espresso (senza troppi strepiti) il loro malumore.
Un’occasione persa.

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