Il coraggio di esserci

Green Book di Peter Farrelly con Viggo Mortensen e Mahershala Ali è un gran bel film che parla di razzismo, stereotipi, diritti civili e amicizia.
La pellicola racconta i due mesi di tournée nel profondo Sud degli Stati Uniti degli anni Sessanta del pianista e compositore Don Shirley che, temendo di subire ritorsioni da parte dei razzisti del luogo (essendo lui un uomo di colore), ingaggiò come autista (facente funzione di guardaspalle) l’italo-americano Frank Vallelonga (padre di uno degli sceneggiatori del film).
Durante il viaggio tra uno Stato e l’altro del profondo Sud degli U.S.A. i due uomini - benissimo interpretati da Mortensen (nel ruolo dell’italo-americano) e Ali (in quello del pianista) - imparano a conoscersi e tra loro nasce un’amicizia sincera in grado di durare negli anni.
Raccontando la loro storia, il film, tra le altre cose, mostra allo spettatore in modo plastico la differenza che passa tra lo stereotipo e il razzismo. Il primo è un’opinione frutto di pregiudizio che,…

L'urgenza del dire


Uscito nel 2011 nella collana “Inediti d’autore” del Corriere della Sera, Profezia di Sandro Veronesi è un piccolo gioiello.
In esso, Veronesi racconta gli ultimi mesi di vita di suo padre, morto (solo pochi mesi dopo la scomparsa della madre dello scrittore) a causa di un cancro che gli consuma il corpo.
Veronesi ricostruisce la fine del padre come se essa non fosse già avvenuta: la racconta al futuro, come si trattasse di una profezia (quella che dà il titolo al racconto). 
Una profezia dettagliatissima, quella di Veronesi, detta tutta d’un fiato; praticamente di corsa: il racconto è quasi del tutto privo di punti fermi e la punteggiatura, in questo caso, è segno di un’urgenza del dire. Come se l’autore volesse scaricare il (doppio) lutto nella pagina. Come se stesse raccontando le sofferenze del “padre suo” per alleggerire il proprio tormento e lo stesse facendo in preda a un’ansia d’avvertimento: una sorta di premonizione universale (ed ecco anche perché l’uso esclusivo del tempo futuro). 
Un destino comune a tutti i figli: quello di assistere alla morte dei propri genitori. Quello di essere curatori (testamentari) dei loro corpi e delle loro volontà. 
Una profezia, dunque, che, nonostante abbia un nome e cognome (Alessandro Veronesi), è rivolta a tutti.
Si è detto che Veronesi fa quasi del tutto a meno del punto fermo (pur usando il resto della punteggiatura). E, si è detto, che, per chi scrive, tale rinuncia è metafora di un’urgenza del dire, di uno sfogo del lutto dovuto alla perdita, quasi contemporanea, di entrambi i genitori. Ciò, sia detto per inciso, non impedisce a Veronesi di avere una lingua sorvegliatissima e un procedere narrativo di grande impatto emotivo.
In definitiva, Profezia è un racconto di strepitosa bellezza e toccante verità che si legge in un attimo.

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