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Magnifica presenza




È un film pieno di poesia Magnifica presenza di Ferzan Özpetek.
Un film che è una metafora del teatro e del cinema, luoghi in cui la finzione diventa realtà, la trascende e si trasmuta in arte.
Un film stupendamente interpretato da tutti gli attori e di cui si consiglia la visione a coloro che sono disposti a farsi cullare dalla poesia delle immagini e delle storie i cui confini non sono netti.

Avvertenza: nel seguito della recensione si fa riferimento al finale del film.


La storia incredibile della coabitazione tra Pietro (strepitosamente intepretato da Elio Germano) e i fantasmi della Compagnia di attori diventa credibile grazie allo sguardo infantile e pieno di stupore che Germano dona al suo personaggio e che il regista cattura con continui primi piani dell’attore. 
Una coabitazione che si fa presenza l’uno per gli altri: presenza magnifica (nel doppio significato di “straordinaria” e di “capace di suscitare ammirazione”) sia per Pietro e sia per i fantasmi. Il primo vive l’esperienza “straordinaria” di trovarsi in casa i fantasmi e l’esperienza ancora più “magnifica” di diventare il sogno d’amore di uno di loro (impersonato dal bello e bravo Andrea Bosca) e, alla fine, di fidarsi dei “conquilini” al punto da prenderli come confidenti e consiglieri. I fantasmi vivono l’esperienza “straordinaria” di lasciarsi guidare da un estraneo nella realtà del mondo, fino alla consapevolezza della Morte. Estraneo che, per uno di loro, si è detto, è “magnifico” al punto da destare amore.
Il tutto è possibile perché Pietro è il tipo di uomo/bambino che crede anche in ciò che non esiste, come la sua storia d’amore di tre anni con un tale Massimo (il prestante Giorgio Marchesi), con il quale, in realtà, ha passato una sola occasionale sera di sesso. La storia è solo sua (di Pietro), frutto della sua fantasia e le attenzioni che lui ha verso Massimo, vengono da questi vissute (giustamente) come persecutorie.
Pietro crede, quindi, in ciò che non c’è e non ha difficoltà a credere anche alla presenza (magnifica) dei fantasmi con i quali arriva a giocare con le figurine (altro particolare, assieme allo sguardo, che racconta dell’infantilismo del personaggio).
Ma l’amicizia tra Pietro e i fantasmi è metafora del teatro e del cinema. Di come in queste due forme artistiche la finzione e la realtà condividano i confini fino a confonderli: ciò che è finzione diventa realtà e viceversa. E, paradossalmente, in Magnifica presenza la realtà serve per riportare in vita una finzione: infatti, presa coscienza della loro morte, i fantasmi possono abbandonare la casa che li teneva prigionieri e... tornare in teatro, luogo per eccellenza della finzione, dove reciteranno (ossia mimeranno una realtà) a beneficio del solo Pietro che è commosso al punto da piangere, ossia da rendere tangibilmente reale un sentimento. 
Per giungere allo scioglimento dell’intrigo (quello che ha reso i fantasmi prigionieri della casa), Pietro si avvale di persone che, come lui, appartengono al mondo GLBT. Un ambiente, quello GLBT, che, nel film, non è solo quello degli incontri occasionali (del “sesso braille”), ma è, soprattutto, il sacro custode della memoria dell’effimero (si veda “la badessa” ieratica di Platinette).
Si è detto che il film è ottimamente interpretato da tutti gli attori. Oltre ai già citati, fa piacere ricordare almeno Beppe Fiorello, Margherita Buy, Anna Proclemer e Paola Minaccioni.

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