La vita peccaminosa di Caravaggio

Tutti i miei peccati sono mortali di Giuliano Capecelatro edito nel 2010 da il Saggiatore è un saggio su Caravaggio che ha molto del romanzo. In esso, infatti, l’Autore narra la vita e le opere di Caravaggio facendo diventare il pittore un vero e proprio personaggio: ne narra non solo le azioni, ma anche i pensieri, i sentimenti, le paure, gli stati d’animo e le intenzioni.
Per calarsi nella mente del grande Maestro il saggista parte dai rari dati documentali (verbali di tribunale; diari di committenti e mercanti d’arte; note biografiche redatte da pittori contemporanei) e dai capolavori dipinti e traccia un convincente profilo psicologico. Ne esce la figura di un uomo tormentato; dal carattere difficile; incline alla rissa (e non si dimentichi che arrivò a uccidere un uomo); amante del bicchiere e attratto sessualmente sia dalle ragazze, sia dai ragazzini (tra cui Mario Minniti e Cecco del Caravaggio).
Una narrazione, quella di Capecelatro, vivace e felice specie nelle descrizioni d’ambi…

Ibsen inutilmente stravolto




Nora alla prova da Casa di bambola di Henrik Ibsen è un’operazione drammaturgica di cui si fatica a comprendere la necessità. Forse perché la stanca regia di Luca Ronconi non ha saputo infondere allo spettacolo la forza necessaria a dargli vita e concretezza.
Nulla hanno potuto, poi, gli attori, seppure alcuni davvero assai bravi, prima tra tutti Mariangela Melato.
No, proprio risulta difficile a chi scrive comprendere perché si sia dovuto intervenire sul testo di Ibsen stravolgendolo. Ci si interroga, infatti, su quale sia la reale ragione per la quale si sia dovuto fingere che sul palcoscenico si stava provando Casa di bambola. Forse quella di consentire a Mariangela Melato di interpretare due ruoli? Forse si voleva mostrare al pubblico una volta in più la bravura dell’interprete? Se la risposta a tali domande fosse affermativa, sarebbero davvero ragioni inadeguate e, per giunta, dall’esito poco felice: seppure, infatti, non si possa negare la bravura dell’attrice protagonista, questa interpretazione non pare possa aggiungere nulla alla carriera della Melato. Forse, casomai, togliere: la bravura non è stata in grado di suscitare emozioni in molti tra coloro che erano seduti in sala. L’entrare e l’uscire dai due personaggi da parte dell’interprete era fatto in modo tanto “freddo” da bloccare quel filo di empatia che deve crearsi tra il palco e la platea se si vuole che il pubblico possa “credere” in ciò che vede.
Ma, si ripete, l’impressione è che, più che imputare colpe o riconoscere meriti agli attori (tra i quali piace ricordare almeno l’intenso dottore di Giovanni Crippa), si debba ammettere che la regia di Ronconi è stata fallimentare.
Egli si è prodotto in stilemi ormai assai noti al pubblico (come l’ingresso in scena degli arredi) e in meccanismi scenici poco giustificabili (come il movimento circolare dei medesimi arredi), arrivando a dare per scontato (e, per ciò, scenicamente tacere) ciò che, forse, avrebbe potuto dare una parvenza di necessità a quanto in scena stava accadendo: mai si spiega chi siano coloro che agiscono e il motivo per cui sono lì. Forse si è pensato che il titolo bastasse da solo come motivazione dell’azione. Un errore da principianti che non è giustificabile in un Maestro del calibro di Ronconi.
Seppure al calar del sipario il pubblico del Teatro Donizetti ha tributato agli attori un caloroso omaggio, per quanto fin qui scritto, non ci si sente di consigliare la visione dello spettacolo.

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