Il coraggio di esserci

Green Book di Peter Farrelly con Viggo Mortensen e Mahershala Ali è un gran bel film che parla di razzismo, stereotipi, diritti civili e amicizia.
La pellicola racconta i due mesi di tournée nel profondo Sud degli Stati Uniti degli anni Sessanta del pianista e compositore Don Shirley che, temendo di subire ritorsioni da parte dei razzisti del luogo (essendo lui un uomo di colore), ingaggiò come autista (facente funzione di guardaspalle) l’italo-americano Frank Vallelonga (padre di uno degli sceneggiatori del film).
Durante il viaggio tra uno Stato e l’altro del profondo Sud degli U.S.A. i due uomini - benissimo interpretati da Mortensen (nel ruolo dell’italo-americano) e Ali (in quello del pianista) - imparano a conoscersi e tra loro nasce un’amicizia sincera in grado di durare negli anni.
Raccontando la loro storia, il film, tra le altre cose, mostra allo spettatore in modo plastico la differenza che passa tra lo stereotipo e il razzismo. Il primo è un’opinione frutto di pregiudizio che,…

Il lieto fine è obbligatorio


Ieri sera al Teatro Donizetti di Bergamo è andato in scena il musical Bollywood Love Story di Sanjoy K. Roy (anche regista) e le coreografie di Gilles Chuyen.
Si tratta di uno spettacolo piacevole, frutto del sincretismo tra le tecniche espressive del genere made in USA (il musical, appunto) e la cultura della tradizione indiana.
La storia narrata dallo spettacolo è banalmente funzionale: lui si innamora di lei. Il loro amore è contrastato dal padre di lei che fa rapire lui. Lui riesce a fuggire e chiede a lei di sposarlo. Lei accetta e, alla fine, anche il padre di lei accetta il matrimonio tra i due...
Una storia con il lieto fine tipico dei film di Bollywood, narrata con i mezzi espressivi tipici del musical.
Un linguaggio, quello del musical, moderno e dinamico, usato, però, per veicolare gli elementi della tradizione indiana. Elementi che non stonano: il modernismo occidentale è usato, dunque, sapientamente senza che emergano apparenti contraddizioni.
Una tradizione (quella indiana) che, ad esempio, dà grande importanza alla ritualità e pare mettere la donna in secondo piano rispetto all’uomo (non è un caso che nella storia la protagonista, praticamente, non agisce: ella è solo l’oggetto dell’amore del protagonista ed esiste solo in funzione dell’amore di lui).
Messaggi che arrivano precisi nonostante il cast canti in lingua originale e i dialoghi (un misto tra italiano e inglese) siano inesistenti. La lingua usata dagli interpreti, infatti, è quella universale della danza. I loro movimenti sono immediatamente comprensibili e fanno, ad esempio, dell’uomo l’immagine del dinamico combattente e delle donna la preda accondiscentente e, a volte, sensuale (specie quando la scena si svolge all’interno di un luogo dove i maschi vanno a divertirsi).
Una danza che è anch’essa un mix sapiente di movimenti tipici delle danze indiane e di altri più vicini alla tradizione occidentale, specie di quella hip hop.
Spettacolo piacevole anche se a tratti si ha la sensazione che manchi qualcosa, che il tutto sia stato confezionato per un pubblico da crociera marittima.

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