La vita peccaminosa di Caravaggio

Tutti i miei peccati sono mortali di Giuliano Capecelatro edito nel 2010 da il Saggiatore è un saggio su Caravaggio che ha molto del romanzo. In esso, infatti, l’Autore narra la vita e le opere di Caravaggio facendo diventare il pittore un vero e proprio personaggio: ne narra non solo le azioni, ma anche i pensieri, i sentimenti, le paure, gli stati d’animo e le intenzioni.
Per calarsi nella mente del grande Maestro il saggista parte dai rari dati documentali (verbali di tribunale; diari di committenti e mercanti d’arte; note biografiche redatte da pittori contemporanei) e dai capolavori dipinti e traccia un convincente profilo psicologico. Ne esce la figura di un uomo tormentato; dal carattere difficile; incline alla rissa (e non si dimentichi che arrivò a uccidere un uomo); amante del bicchiere e attratto sessualmente sia dalle ragazze, sia dai ragazzini (tra cui Mario Minniti e Cecco del Caravaggio).
Una narrazione, quella di Capecelatro, vivace e felice specie nelle descrizioni d’ambi…

Il lieto fine è obbligatorio


Ieri sera al Teatro Donizetti di Bergamo è andato in scena il musical Bollywood Love Story di Sanjoy K. Roy (anche regista) e le coreografie di Gilles Chuyen.
Si tratta di uno spettacolo piacevole, frutto del sincretismo tra le tecniche espressive del genere made in USA (il musical, appunto) e la cultura della tradizione indiana.
La storia narrata dallo spettacolo è banalmente funzionale: lui si innamora di lei. Il loro amore è contrastato dal padre di lei che fa rapire lui. Lui riesce a fuggire e chiede a lei di sposarlo. Lei accetta e, alla fine, anche il padre di lei accetta il matrimonio tra i due...
Una storia con il lieto fine tipico dei film di Bollywood, narrata con i mezzi espressivi tipici del musical.
Un linguaggio, quello del musical, moderno e dinamico, usato, però, per veicolare gli elementi della tradizione indiana. Elementi che non stonano: il modernismo occidentale è usato, dunque, sapientamente senza che emergano apparenti contraddizioni.
Una tradizione (quella indiana) che, ad esempio, dà grande importanza alla ritualità e pare mettere la donna in secondo piano rispetto all’uomo (non è un caso che nella storia la protagonista, praticamente, non agisce: ella è solo l’oggetto dell’amore del protagonista ed esiste solo in funzione dell’amore di lui).
Messaggi che arrivano precisi nonostante il cast canti in lingua originale e i dialoghi (un misto tra italiano e inglese) siano inesistenti. La lingua usata dagli interpreti, infatti, è quella universale della danza. I loro movimenti sono immediatamente comprensibili e fanno, ad esempio, dell’uomo l’immagine del dinamico combattente e delle donna la preda accondiscentente e, a volte, sensuale (specie quando la scena si svolge all’interno di un luogo dove i maschi vanno a divertirsi).
Una danza che è anch’essa un mix sapiente di movimenti tipici delle danze indiane e di altri più vicini alla tradizione occidentale, specie di quella hip hop.
Spettacolo piacevole anche se a tratti si ha la sensazione che manchi qualcosa, che il tutto sia stato confezionato per un pubblico da crociera marittima.

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