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Vivere nel Grande Fratello (quello vero)

Quando George Orwell (nel 1948) scrisse 1984 per descrivere un regime totalitario si rifece a quanto era successo nel mondo nel primo cinquantennio del Novecento: Fascismo, Nazismo e Comunismo. Scrisse tenendo viva la memoria ed esasperando alcuni fatti per rendere palese al lettore quali sono le insidie della mancanza di vera democrazia, quali i pericoli per il popolo di una delega in bianco e acritica concessa a pochi, se non a uno: il Grande Fratello e il suo Partito.
Oggi il totalitarismo, la mancanza di democrazia, l’inganno e la manipolazione sono tornati di stretta attualità e, in alcuni paesi del mondo, tra cui si teme possa esserci anche l’Italia, si ha la sensazione di vivere al tempo del Grande Fratello. Un tempo in cui la formazione del consenso si ottiene attraverso la televisione che non fa altro che propaganda, eliminando dal video ogni senso critico, ogni traccia di dissenso. Se qualcuno osa una critica nei confronti del Potere, allora è un Nemico.
Non è un caso, forse, che nella regia di Emanuele Conte di 2984 (che Enrico Remmert e Luca Ragagnin hanno tratto da 1984 di Orwell) il Nemico contro cui agire i “due minuti d’odio” sia incarnato da Enrico Ghezzi, un volto che il pubblico televisivo italiano conosce bene.

Un segnale che dice come il paese nel quale si svolge la vicenda è (o potrebbe benissimo essere) l’Italia di oggi. Un’Italia nella quale troppi “cittadini” bevono la propaganda di Regime facendola propria acriticamente. Un’Italia in cui si vive nella paura del nemico (dell’altro), perché attraverso la paura il popolo diventa schiavo docilmente. Un’Italia in cui sembrano proprio essersi fatti realtà il Partito del Grande Fratello, il Ministero della Verità, il Ministero dell’Amore, quello dell’Abbondanza e quello della Pace.
Compito del Ministero della Verità è, in realtà, quello di falsificare la storia; mentre il Ministero dell’Amore diffonde l’odio e la paura… tutto in linea con il “bipensiero” e la “neolingua”.
E, forse, non è un caso neppure il fatto che l’impianto scenico dello spettacolo ricordi da vicino quello di molti talk show nazionali, con il pubblico di “cittadini” distribuito su tre lati quasi ad abbracciare la pedana centrale dove avviene “il dibattito”: come a dire che il pubblico fa proprie, ingloba, le frasi fatte di coloro che dichiarano il proprio amore incondizionato nei confronti del leader, del Grande Fratello.
Uno spettacolo che non tradisce il romanzo originario e che trasmette la stessa tensione, lo stesso senso di disagio, lo stesso senso di precarietà.
Bravi tutti gli interpreti, specie Aldo Ottobrino nel ruolo del protagonista.
Uno spettacolo non facile ma che è stato salutato dal pubblico presente ieri sera al Teatro Donizetti di Bergamo con un applauso sentito, caloroso e prolungato.
Un fatto non scontato, dato che, diversamente dal solito, il teatro era stracolmo di giovani e giovanissimi. Piccoli italiani che sono cresciuti al tempo del Grande Fratello.

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