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Visualizzazione dei post da Novembre, 2010

La cultura non si finanzia a spese della cultura

Parto da quanto scritto da Pierluigi Battista su “Style” di questo mese. Il suo articolo Muore Pompei trionfano i premiucoli mi è sembrato di una pochezza preoccupante. In poche parole, il noto giornalista propone, muovendo da quanto considerato da Giorgio Israel, di sopprimere premi, festival, fiere ecc. a favore del mantenimento dei nostri beni culturali. Alla lettera l’editorialista del “Corriere della Sera” scrive: Se un festival in meno liberasse risorse per qualche restauratore in più, per una manutenzione più accurata, per un controllo più minuzioso della cultura nazionale?Una domanda, quella di Battista, che crea sconcerto per più di un motivo. Innanzitutto la protosta sottintende il fatto che tutto quanto si faccia oggi in nome della cultura, non sia affatto un’azione culturale, ma, quando va bene, un piacevole diversivo, un balocco costoso per chi produce e chi consuma l’evento. Solo il passato sarebbe cultura. Una sciocchezza che si commenta da sé. Il giornalista, poi, sembra i…

Un finale deludente

XY di Sandro Veronesi edito da Fandango è un bel romanzo che, però, delude nel finale. Non perché il finale sia aperto, o perché esso non rispecchi le aspettative, ma, molto semplicemente e banalmente, perché quello scritto dall'autore non è un finale (o, almeno, il lettore che sta scrivendo queste righe non lo ha percepito come tale): Veronesi ha semplicemente smesso di portare avanti la storia, interrompendola brutalmente. Eppure, tutto il libro è scritto quasi in stato di grazia e non si può non ritenere che Veronesi sia uno degli scrittori italiani viventi più importanti. Che il romanzo non potesse terminare con una spiegazione razionale, il lettore lo capisce appena legge il modo in cui le dieci vittime ritrovate nel bosco sono morte. Ognuna delle vittime, infatti, muore in un modo totalmente differente dalle altre (seppur contemporaneamente alle altre) e ognuna di esse in un modo non possibile in un bosco (compresa una di loro che muore in seguito all'attacco di un uno sq…

L’Amore vero resta fuori scena

È una regia di gran classe quella che Bruno Berger-Gorski realizza per il Don Giovanni di Lorenzo Da Ponte e Wolfgang Amadeus Mozart. Una regia che mette a fuoco alcuni temi e lo fa senza stravolgere l’opera, ma assecondandola.
Innanzitutto va detto che il regista ambienta la vicenda in una Francia pre-rivoluzionaria: sventola il tricolore (durante la festa di nozze di Zerlina e Masetto); si accenna al girotondo (ma in modo molto soft) e i contadini in rivolta imbracciano il forcone (e sembrano sanculotti). In questo modo risaltano ancor di più le malefatte del “dissoluto” Don Giovanni: non sono solo scorribande sessuali (al limite dello stupro), ma sono anche (e forse soprattutto) soprusi di un nobile ai danni del popolo (e di altri nobili che, però, san come far valere i propri diritti).
Il tentativo di Masetto di “non diventar nobile pure lui” (ovvero di non subire il tradimento di Zerlina con Don Giovanni) diventa, allora, visivamente, il tentativo di un popolano di ribellarsi allo

La vera sconfitta è Mirandolina

La locandiera di Carlo Goldoni per la regia di Pietro Carriglio è distantissima da ogni cliché interpretativo cristallizzatosi nel corso dei secoli sia sul ruolo del titolo sia, più in generale, a danno dei testi goldoniani.
Carriglio, infatti, non concede all’interprete alcun ammiccamento indirizzato al pubblico in sala e, più in generale, elimina mossette, inchini e giravolte dalle movenze di tutti gli attori.
A interpretare Mirandolina ha chiamato Galatea Ranzi, grande attrice di provenienza ronconiana, che ben si adatta alla visione di Carriglio: la sua è una Mirandolina “asciutta”, borghese e calcolatrice. Attenta al suo, scaltra quanto basta, risoluta e affarista, la Mirandolina della Ranzi è una donna che sa tenere la schiena dritta pur non essendo minimamente ingessata. Una donna che conduce il gioco della seduzione e lo porta fino a un punto di rottura tale che, alla fine, a rimanerne scottata è anche lei, oltre, ovviamente, il Cavaliere sua preda.
Infatti, come tutti sanno, il …

Un Rigoletto troppo lugubre

Ivan Stefanuttitorna alla regia di Rigoletto di Verdi e ne fa uno spettacolo dai toni troppo lugubri: i vestiti della corte del Duca di Mantova tutti neri, mentre quelli del Duca, di Gilda e di Maddalena verde scuro. La scena immersa nel buio.
Un ambiente lugubre che forse non si addice pienamente al Rigoletto. La corte del Duca, ad esempio, è formata da persone scapestrate e lascive (a partire dal Duca stesso) che non esitano a rapire delle donzelle perché così detta loro l’umore. Un ambiente maschile presumibilmente di giovinastri che arriva anche a prendersi gioco di un uomo tradito dalla moglie (Ceprano), il quale non esita a scagliare una maledizione. Maledizione che non viene presa sul serio da alcuno, se non da Rigoletto che, invece, ne resta sconvolto (“Quel vecchio maledivami!”). Vestiti di nero, tali cortigiani assomigliano più a dei devoti luterani che a una “vil razza dannata” che ama divertirsi a spese altrui.
Inoltre, il lugubre non si addice del tutto alla natura musicale…

Le dive fautrici del cambiamento

Lyda Borelli, Francesca Bertini, Isa Miranda, Valentina Cortese, Anna Magnani, Clara Calamai, Silvana Mangano, Alida Valli, Giulietta Masina, Lucia Bosé, Giovanna Ralli, Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Virna Lisi, Claudia Cardinale, Monica Vitti, Stefania Sandrelli, Mariangela Melato, Ornella Muti, Laura Morante, Giovanna Mezzogiorno… Il catalogo della mostra Dive. Donne del cinema italiano a cura di Antonio Azzalini e Fabio Di Gioia (edito dalla Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia e DROPS Comunicazione)  è, prima di tutto, una gioia per gli occhi. Quelle su nominate, sono solo alcune delle attrici (belle e brave) i cui ritratti da diva vengono pubblicati a tutta pagina in tale pubblicazione. Una gioia degli occhi che si fa, però, anche materiale su cui riflettere: un grande come Roland Barthes sicuramente avrebbe saputo cogliere i tratti comuni di questi ritratti fotografici. Forse avrebbe posto l’accento su una posa ricorrente; un certo modo di guardare l’infinito fuori …