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Uno spettacolo raffazzonato inaugura la Casa delle Arti


Ieri sera, al Teatro Sociale, ha preso il via la stagione teatrale bergamasca con lo spettacolo Bergamo, India del TTB che ha dato anche ufficialmente il via alla Casa delle Arti voluta dell’Amministrazione comunale per animare il recuperato (e meraviglioso) teatro cittadino.
Una doppia occasione che lo spettacolo in questione non pare aver celebrato degnamente. Infatti, Bergamo, India è uno spettacolo che manca da diversi punti di vista. Innanzitutto il titolo sembra annunciare un parallelo, un gemellaggio o un confronto tra due realtà: quella della città lombarda e quella dello stato indiano. Un raffronto/confronto che manca completamente: di Bergamo, nello spettacolo, non v’è traccia, né eco. Tanto valeva titolare semplicemente India!
Per quanto attiene, poi, all’India, di essa viene data un’immagine alquanto stereotipata. O, meglio, di essa si dà un ritratto fermo nel tempo. Non c’è l’India di oggi nello spettacolo del TTB, un’India (ovviamente) piena di contraddizioni ma che, nondimeno, è una delle nazioni del Terzo Mondo con la maggiore voglia di emergere del pianeta.
L’India inscenata, invece, è quella descritta (meravigliosamente) da Edward M. Forster nel 1924 e da Pier Paolo Pasolini nel 1961, nonché quella delle danze tradizionali e delle riflessioni di Gandhi. Un’India, quindi, ferma nel tempo. Un’India lontana dal dinamismo odierno. Un’India di “straccioni” che nulla hanno in comune, tanto per dire, con gli esperti di informatica che oggi vengono contesi da tutte le grandi industrie planetarie. Che è come dire che, per parlare dell’Italia in uno spettacolo si usassero le parole del Viaggio in Italia di Goethe, accompagnate dalla tarantella e da alcune riflessioni di Gramsci. Se ne darebbe un’immagine alquanto stantia e il risultato darebbe l’impressione di essere frutto di scelte un po’ raffazzonate e casuali. Che è appunto, quanto avviene guardando Bergamo, India.
Nulla da dire sulle lettura di Marion D’Amburgo e Sandro Lombardi.

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