La vita peccaminosa di Caravaggio

Tutti i miei peccati sono mortali di Giuliano Capecelatro edito nel 2010 da il Saggiatore è un saggio su Caravaggio che ha molto del romanzo. In esso, infatti, l’Autore narra la vita e le opere di Caravaggio facendo diventare il pittore un vero e proprio personaggio: ne narra non solo le azioni, ma anche i pensieri, i sentimenti, le paure, gli stati d’animo e le intenzioni.
Per calarsi nella mente del grande Maestro il saggista parte dai rari dati documentali (verbali di tribunale; diari di committenti e mercanti d’arte; note biografiche redatte da pittori contemporanei) e dai capolavori dipinti e traccia un convincente profilo psicologico. Ne esce la figura di un uomo tormentato; dal carattere difficile; incline alla rissa (e non si dimentichi che arrivò a uccidere un uomo); amante del bicchiere e attratto sessualmente sia dalle ragazze, sia dai ragazzini (tra cui Mario Minniti e Cecco del Caravaggio).
Una narrazione, quella di Capecelatro, vivace e felice specie nelle descrizioni d’ambi…

Come si trasforma il Poliuto in una pagliacciata



Come si trasforma il Poliuto di Gaetano Donizetti e Salvatore Cammarano in una terribile pagliacciata?
Prendete Marco Spada e affidategli la regia. Affiancategli Alessandro Ciammarughi per le scene e i costumi e siete già a buon punto: al resto penseranno loro. Infatti, stanchi del “marionettistico […] apparato vetero romano che il libretto propone” (parole del regista) essi penseranno di ringiovanire l’aspetto visivo dello spettacolo allestendo una scena che definire bislacca è un simpatico eufemismo.
In un cubo dal sapore Anni Novanta del Novecento (nel quale qui e là compaiono teche in plexiglass) i cantanti vengono fatti muovere con indosso chi vestiti e uniformi che richiamano il periodo della Seconda Guerra Mondiale (ma a uno spettatore hanno fatto venire in mente le Guardie forestali), chi armature dell’Impero Romano.
Se il guazzabuglio già lascia perplessi così da solo, sconcerta se messo in relazione con il plot narrativo del Poliuto che, ambientato nel periodo in cui i cristiani si riunivano nelle catacombe, narra il martirio del neocristiano Poliuto e di sua moglie Paolina (decisa, per amore, a seguire il consorte nel martirio). Ebbene, il contrasto che si produce tra la persecuzione romana dei primi cristiani narrata dal libretto e lo sterminio degli ebrei realizzato dai Nazi-fascisti durante il periodo storico in cui il regista ha ambientato lo spettacolo è stridente. Diventerebbe addirittura stomachevole se si pensasse che dietro questa infausta operazione registica ci fosse la volontà di negare l’Olocausto. Ma non lo si pensa: non è revisionismo, ma solo una buffonata giustamente contestata dagli spettatori al momento in cui gli artefici si sono presentati alla ribalta.
Si sarebbe evitato di scrivere a lungo su questo spettacolo se la parte musicale-canora non meritasse, invece, gli onori che gli spettatori le hanno tributato al calar del sipario. Ottima la direzione d’orchestra di Marcello Rota, strepitosa l’interpretazione di Poliuto da parte di Gregory Kunde (acclamato già a metà del Secondo Atto), bravissima Paoletta Marrocu nel ruolo di Paolina.

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