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Una tragedia classica in forma di documentario

Cella 211 è un gran film, uno dei migliori che ho avuto l’occasione di vedere negli ultimi anni.
Tratto dal romanzo d’esordio omonimo di Francisco Pérez Gandul è stato portato sullo schermo dal regista Daniel Monzón (alla sua quarta regia) e dallo sceneggiatore Jorge Guerricaechevarria che, oltre al romanzo, hanno preso, come base per la loro scrittura, una serie di interviste che, per documentarsi meglio, hanno fatto a chi il carcere frequenta quotidianamente: dal personale ai detenuti, passando per i familiari.
Ne è uscito un film di grande realismo e di grande impatto visivo (dovuto sia al fatto che la location è un carcere vero, sia al fatto che il regista ha girato con le tecniche tipiche del documentario).
Tutto questo aiuta il regista a “catturare” lo spettatore, ma ciò che davvero lo “imprigiona” è la storia che sa di Tragedia greca. Una storia in cui protagonista è il Fato. Un Fato che pone un cittadino qualunque, al suo primo giorno di lavoro in un carcere, sullo stesso piano di un criminale incallito e violento, facendogli vivere un’esperienza limite che è soprattutto un’esperienza di conoscenza. Conoscenza del Male e del Bene. Di come il Bene e il Male possano vivere contemporaneamente nell’anima di uomini che sono costretti a vivere in un luogo nel quale si vorrebbe – per pigrizia mentale – che il Bene fosse incarnato dagli incensurati e il Male dai detenuti.
Un Fato capace di generare in poche ore un’amicizia tra due uomini all’apparenza distanti, ma nell’intimo vicini perché in grado di compatire (nel significato latino di patire con). Due uomini che, in un luogo disumano per definizione, si trovano uniti per la loro paradossale umanità.
A interpretare i due protagonisti due attori strepitosi: il già acclamato in patria Luis Tosar (perfetto nel ruolo del violento capopolo Malamadre) e l’esordiente Alberto Ammann (altrettanto perfetto nel ruolo del novellino Juan Oliver detto per antifrasi “Il mutanda”).
Un film da vedere e da cui farsi coinvolgere.

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