La vita peccaminosa di Caravaggio

Tutti i miei peccati sono mortali di Giuliano Capecelatro edito nel 2010 da il Saggiatore è un saggio su Caravaggio che ha molto del romanzo. In esso, infatti, l’Autore narra la vita e le opere di Caravaggio facendo diventare il pittore un vero e proprio personaggio: ne narra non solo le azioni, ma anche i pensieri, i sentimenti, le paure, gli stati d’animo e le intenzioni.
Per calarsi nella mente del grande Maestro il saggista parte dai rari dati documentali (verbali di tribunale; diari di committenti e mercanti d’arte; note biografiche redatte da pittori contemporanei) e dai capolavori dipinti e traccia un convincente profilo psicologico. Ne esce la figura di un uomo tormentato; dal carattere difficile; incline alla rissa (e non si dimentichi che arrivò a uccidere un uomo); amante del bicchiere e attratto sessualmente sia dalle ragazze, sia dai ragazzini (tra cui Mario Minniti e Cecco del Caravaggio).
Una narrazione, quella di Capecelatro, vivace e felice specie nelle descrizioni d’ambi…

Lo Zio Vanja di Vacis


La vocazione meta-teatrale di Gabriele Vacis si concretizza e prende vita anche nella messinscena di Zio Vanja di Anton Čechov.
Che, infatti, soprattutto nella prima parte dello spettacolo, si sia in presenza di una rappresentazione di teatro nel teatro non ci sono dubbi: gli attori sono già sul palcoscenico durante l’afflusso del pubblico in sala; la recita prende avvio a luci ancora accese (sul palcoscenico ci sono dei “piazzati” e la sala non è immersa nel buio); gli attori indossano abiti quotidiani e non dei costumi e, mentre al centro della scena stanno i personaggi che il copione vuole in scena, gli altri attori restano sul palcoscenico e siedono ai bordi dei lati perimetrali disegnati da quinte assolutamente neutre. In scena pochi e indispensabili oggetti. Atmosfera e comportamenti tipici delle “prove in scena”, dunque. Non si finge neppure una quarta parete invisibile: gli attori reagiscono a quanto avviene in sala e – spesso – si rivolgono direttamente al pubblico, come, ad esempio, fa in modo smaccato il dottore durante la sua arringa ambientalista.

Il buio cala sulla sala e gli attori iniziano a indossare i costumi di scena - mentre l’illuminazione in scena lascia i piazzati e disegna gli ambienti - durante la dichiarazione d’amore che Zio Vanja rivolge a Elèna. Da quel momento in poi si affievola (quasi a sparire del tutto) il riferimento del teatro nel teatro e la recita prosegue in modo da rispettare i canoni del teatro stanislavskijano.
Si è, quindi, in presenza di uno spettacolo nettamente diviso in due: la prima parte meta-teatrale e la seconda verista. La prima parte centrata sui temi ambientalisti cari a Cechov e di stretta attualità per gli spettatori (ai quali ci si rivolge direttamente) e una seconda parte più distante, nella quale si rappresentano le pene d’amore dei personaggi e le loro frustrazioni.
È come se il regista volesse in qualche modo sottolineare l’urgenza del tema ambientale ponendolo in piena luce e, forse, non è un caso che nel finale compaiono, calati dall’alto, alberi rinsecchiti e sottosopra ingabbiati in una scena che si è fatta di plastica grazie a un sipario/quarta-parete di cellophane. Un’immagine forte che conclude – in modo spettacolare – una messinscena nella quale la bella regia di Vacis è stata supportata da un cast di attori davvero all’altezza. 
Tra loro si segnalano l’energico e volitivo dottore di Michele Di Mauro, il nervoso e fumino Zio Vanja di Eugenio Allegri, la comprensiva balia di Laura Curino e la sensuale Elèna di Lucilla Giagnoni.
Spettacolo da non perdere.

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