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L’Aldilà di Romeo e Giulietta

Il Balletto di Milano ha presentato ieri al pubblico del Teatro Donizetti di Bergamo il balletto Romeo e Giulietta ispirato all’omonima tragedia di William Shakespeare, su musiche di Pëtr Il’ič Čajkovskij.
Va subito detto che la partitura riuniva varie opere di Čajkovskij (tra cui Romeo e Giulietta, Amleto, La fanciulla di neve) in un tutt’uno drammaticamente assai convincente. Autore del mix Michele Rovetta che in tal modo ha saputo anche dare un tema musicale specifico per i due protagonisti e ha servito bene la rielaborazione drammaturgica del testo shakespeariano operata dal coreografo Giorgio Madia.
Una storia, quella voluta da Madia, che si discosta non poco dall’originale di Shakespeare, non solo perché il suo spettacolo inizia dalla fine della tragedia (la morte di Paride, Romeo e Giulietta), diventando, in tal modo, un lungo flash back, ma anche (e soprattutto), perché Madia ha pensato a un post: Romeo e Giulietta che danzano felici e innamorati in una sorta di candido Aldilà.
Un Aldilà che per chiarore e brillantezza contrasta con il mondo reale di Verona (scenograficamente non ricostruita affatto) che è dominato dal colore nero degli abiti indossati dagli appartenenti alle due casate dei Montecchi e Capuleti (non distinti l’un dall’altro in alcun modo, indossando, appunto, tutti gli interpreti costumi di colore nero). Un modo per segnalare il grigiore delle vita quotidiana, in cui le forze oscure sembrano predominare, che va ad annullarsi nel bianco immacolato di un mondo in cui vince e perdura l’Amore (e in cui i due protagonisti svestono gli abiti neri, per indossare quelli bianchi).
Una visione che, sulle prime, potrebbe sembrare ottimistica (la vittoria dell’Amore sulla Violenza), ma che, in realtà, non è: l’Amore vince in un mondo che non è presente, ma è, appunto, aldilà.
Un balletto, quello di Madia, assai convincente, anche e soprattutto perché, complessivamente, risulta “fresco”, “giovanile”. Merito, anche, della scelta della compagnia: un gruppo di danzatori giovani, bravi, leggeri e aggraziati, la cui leggiadria viene esaltata dalla scenografia di Cordelia Matthes (che firma anche i costumi) tutta fatta di eterei velari (dietro i quali i danzatori possono anche giocare al “ti vedo e non ti vedo”).
Una coreografia, quella di Madia, che ha innestato nei passi noti della danza moderna, gestualità da bulletti di periferia, creando un ambiente vivace e familiare al pubblico contemporaneo. Una lavoro, quello di Madia, interessante anche per alcune soluzioni registiche, come, ad esempio, la scena dell’assassinio di Mercuzio: rapida, simbolica e realistica al medesimo tempo, in quanto alla coltellata fa eco la proiezione di una lama di luce sul fondale.
D’effetto i passi a due maschili.
Dei giovani interpreti, piace segnalare, oltre a Martin Zanotti e Teresa Molino (nei ruoli eponimi), Federico Veratti (Mercuzio), Francesco Pelli (Benvoglio), Giorgio Colpani (Paride) e Patrizia Tosi (la Nutrice).
Spettacolo giustamente festeggiato dal pubblico al calar del sipario.

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