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Se l’amore non ha sesso

Un posto al di là del tempo e dello spazio quello nel quale ha deciso di vivere in solitudine lo scrittore Premio Nobel Abel Znorko: un’isola del mare del Nord dove il giorno e la notte si alternano di sei mesi in sei mesi. Dunque, un posto dove il tempo non ragiona in modo usuale. 
Neppure lo spazio, però, è inteso in modo quotidiano: è un’isola deserta e gli intrusi non sono bene accetti, anzi, si spara loro addosso, se tentano di avvicinarsi alla casa. Una casa, quella dello scrittore, nella quale la luce entra da un’enorme vetrata-parete e gli spazi sono divisi dalle librerie cariche di libri. Un salotto, però, quello dello scrittore, dove ci sono troppi posti a sedere, dato che a viverla è un uomo solo! Un uomo che ha scelto la solitudine da ormai 15 anni, ma che, di tanto in tanto, l’allevia grazie alle visite che gli fanno compiacenti signorine. 
A interrompere questo ciclo consolidato ci pensa Erik Larsen, sedicente giornalista che approda sull’isola in un giorno speciale, quello nel quale la luce del giorno cede il palcoscenico della natura alle tenebre della notte. La verità dell’alternarsi del giorno e della notte porta con sé, quindi, le verità del signor Larsen, un uomo all’apparenza comune e attaccato alla vita, quanto lo scrittore sembra esserne lontano. 
Il signor Larsen è venuto per porgere allo scrittore poche e chiare domande: chi è la donna amata dallo scrittore con la quale ha intrattenuto una corrispondenza durata 15 anni e, soprattutto, perché lo scrittore ha deciso di staccarsi dalla donna amata e vivere in solitudine. Domande semplici, da giornalista (ovvero, come dice lo scrittore da “minorato della fantasia”), ma che hanno il pregio-difetto di andare al cuore del problema e di scatenare una serie di reazioni a catena che portano con sé i classici colpi di scena, tanto cari al teatro.

Le Variazioni enigmatiche di Eric-Emmanuel Schmitt è un testo che parte da un assunto datato per giungere a una conclusione di estrema modernità: lo scrittore, interpretato con sapiente calibratura di toni da Glauco Mauri, infatti, lascia il mondo perché, dice, o si vive o si scrive (teoria pirandelliana e superata dall’odierna tendenza che vuole i romanzieri immersi fino al collo nella vita proprio per scriverne), ma, dopo lo scontro con il signor Larsen (un altrettanto bravo Roberto Sturno), giungerà ad accettare la verità che questi gli porge e, cioè, che l’amore non ha sesso.

Mauri (anche regista) e Sturno hanno interpretato egregiamente il gioco delle parti alternandosi nel ruolo del carnefice e della vittima: prima Mauri è stato uno scrittore sarcastico e scostante, tormentatore del giornalista di Sturno remissivo e spaesato. A metà della pièce, però, i ruoli si invertono e, allora, è il giornalista a diventare l’implacabile persecutore di uno scrittore di Mauri improvvisamente invecchiato e docile.

Lunghi e festosi applausi finali. Spettacolo da vedere.
 
In «Il Nuovo Giornale di Bergamo», 13 gennaio 2002.

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