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Il gioco del doppio

La storia dei due gemelli scritta da Carlo Goldoni è nota e narra delle vicende d'amor litigarello che nascono e si sviluppano a causa della contemporanea presenza in Verona dei due gemelli Bisognosi: Zanetto, bergamasco e sciocco, e Tonino, veneziano e savio. Il tema dei gemelli causa di qui pro quo ha radici antiche ben piantate nel teatro della classicità greco-latina, ma la storia, gestita da Goldoni, prende una piega insolita sul finale: non è, infatti, quella di Goldoni, commedia spensierata, ma è quasi dramma ottocentesco con un happy end che lascia l'amaro in bocca. 
Si ricorderà, infatti, come il razionalista Goldoni - che aveva cambiato il ruolo delle Maschere nel suo teatro, sgrossandole e avvicinandole all'Uomo, al Personaggio - avesse risolto di chiudere la sua commedia, evitando di fare incontrare i due gemelli, ma eliminandone fisicamente uno dalla scena, facendolo morire avvelenato. I due gemelli veneziani, in tal modo, terminano con ben due morti sul palcoscenico (Zanetto ed il di lui assassino) che è, appunto, un fatto ben strano per una commedia settecentesca. 
Luca Ronconi, regista della splendida edizione presentata martedì al Teatro Grassi di Milano, ha accentuato l'anomalia di cui si è detto ed ha voluto un impianto scenico (frutto della creatività di Margherita Palli) che richiama, appunto, nella pesantezza del mobilio, l'Ottocento ed i suoi drammi. Inoltre, il clima di disagio è acuito da Ronconi con un uso metaforico dello specchio (in realtà, degli specchi, essendone la scena piena): lo specchio, nell'allestimento ronconiano, simboleggia il "doppio", il "perturbante", la negatività della finzione (anche di quella teatrale). Il doppio di se stessi non può non essere qualcosa di, a dir poco, fastidioso, di straniante. 
Una regia, quella di Ronconi che, ad ogni buon conto, non va, sia ben chiaro, a scapito del comico: tutto il primo tempo è assolutamente trascinante. Ronconi, però, tiene ben presente il finale e non lo elude, proponendolo frettolosamente, ma lo pre-annuncia fin dall'inizio. Quasi che Ronconi, nel realizzare I due gemelli veneziani, avesse tenuto conto del Don Giovanni di Mozart (cui le musiche di Paolo Terni, in qualche modo, rimandano). 
A interpretare il "doppio" c'era Massimo Popolizio del quale basti dire che è stato strepitosamente bravo, capace (lui grande attore tragico) di insospettati ottimi tempi comici. 
Essendo, questa regia di Ronconi, tutta "di attori", è d'obbligo citare quelli di loro che hanno dato ottima prova di sé: Laura Marinoni (una Beatrice tutta anelito al suicidio, ma ben risoluta ad accalappiare il suo Tonino); Manuela Mandracchia (una Rosausa che, per quanto onesta, sente il richiamo dei sensi); Franca Penone (Colombina) e Giovanni Crippa (Arlecchino) che hanno dato alle "maschere" un forte accento dionisiaco e sensuale, Luciano Roman (un Lelio a caccia d'amore ed eroismo) e Riccardo Bini (un Pancrazio che ricorda Tartufo). Ma sopra tutti, lo si ripete, Popolizio a metà tra la tenerezza bambinesca (Zanetto) e la scaltrezza della maturità (Tonino).
 
In «Il Nuovo Giornale di Bergamo», 15 marzo 2001.

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