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Tutto il popol sorgerà


Un grande contenitore neutro, ma suggestivo, accoglie il Marino Faliero di Donizetti diretto dal Maestro Bruno Cinquegrani. Una scena in cui le geometrie sono sia costruite, sia disegnate da tratti di colore e di luce. Un ambiente unico per tutta l'opera, ma capace, con semplici aggiustamenti, di alludere a luoghi differenti (ovvero, di volta in volta, l'Arsenale di Venezia, il Palazzo Ducale, un palazzo nobiliare, una piazza...).

Segno forte, dunque, la scenografia disegnata da Alessandro Ciammarughi che è stata giustamente esaltata dal regista Marco Spada fin dall'apertura di sipario sull'Arsenale di Venezia. Un quadro affascinante che ha posto l'accento sul fatto che, nella messinscena del Teatro Donizetti, il Marino Faliero si sarebbe fatto un'opera corale, con il popolo, più che i protagonisti, al centro della scena (più di una volta non solo metaforicamente, ma anche materialmente). Un popolo stanco dei soprusi degli aristocratici, un popolo pronto alla lotta che riesce a portare dalla sua il doge Marino Faliero. E, una volta alla testa del suo popolo, anche il doge si fa popolo. Un popolo la cui voce è stata interpretata in modo egregio dal Coro del Bergamo Musica Festival.

Passa in secondo piano, quindi, la vicenda personale di Marino Faliero, doge la cui moglie è innamorata del di lui nipote Fernando. Un nipote trattato come un figlio dall'anziano, ma combattivo, Faliero.

In altre parole, nella messinscena del Teatro Donizetti, l'aspetto Risorgimentale dell'opera prevale su quello amoroso pre-borghese. Una lettura che sarebbe piaciuta al Mazzini del Filosofia della musica e che, nei tempi incerti che si stanno vivendo, non manca di affascinare.

Per quanto detto, in qualche modo, il Faliero del bravo Giorgio Surian può essere "letto" come un cantante che "emerge" dal coro, soprattutto dal momento in cui il doge viene messo al corrente della sommossa dal fido Israele (un altrettanto bravo Luca Grassi), anch'egli "emerso" (anche visivamente nel quadro iniziale) dal popolo/coro.

Fernando (l'ottimo Ivan Magrì) ed Elena (Rachele Stanisci), invece, prendono possesso della scena solo nel quadro del loro incontro; un incontro che segna il loro distacco, visivamente riprodotto dal loro "rincorrersi" attorno a un quadrato di luce. Per il resto dell'opera restano personaggi secondari, la cui storia poco importa.

Una messinscena da vedere e gustare, dunque, quella presentata ieri in prima al Teatro Donizetti e salutata, al calar del sipario, da un lungo e prolungato applauso che si è fatto più intenso quando alla ribalta si è presentato Ivan Magrì e ha registrato qualche dissenso al presentarsi di Rachele Stanisci.

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