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Io non ho ucciso Ofelia. L’ho salvata

Davvero molto bello il testo teatrale Un giardino per Ofelia di Pietro Floridia. Un testo che documenta, in modo a tratti poetico, un altro orrore del Nazismo: lo sterminio delle persone disabili che venivano sottoposte a forzata eutanasia, quando non a camera a gas. Floridia sceglie di raccontare la storia di una di tali disabili: una ragazza la cui mente era più vicina a quella di una bambina di otto anni, piuttosto che a quella di una diciottenne quale era. Ofelia, questo il suo nome, viene a trovarsi sola durante il periodo della guerra: la sua “signora madre” è morta tempo prima, mentre il padre è prima impegnato nei combattimenti e poi muore. Ad occuparsi di lei un’infermiera di uno ospedale psichiatrico che da un atteggiamento di distacco passa, pian piano, a provare dell’affetto e del senso di protezione nei confronti della disabile. Siccome l’infermiera sa bene quale sia il trattamento reale che l’ospedale riserva ai disabili, deve fare in modo che Ofelia si salvi da morte certa e per far questo deve prima insegnarle a comportarsi e poi, fallito l’insegnamento, sfruttare al massimo l’unico talento della ragazza: la coltivazione dei fiori. È, infatti, grazie ai fiori che Ofelia può salvarsi la vita… ma per salvare la vita a Ofelia, in qualche modo, Gertrude (questo il nome dell’infermiera) dovrà “dannare” la sua, passando da un atteggiamento gentile a modi da vera kapò (che la porteranno a dover rendere conto delle sue azioni davanti a un tribunale, presso il quale si discolperà dicendo di non avere ucciso Ofelia, ma di averla salvata).
Due nomi, quelle delle protagoniste, che vengono direttamente dalle pagine di Shakespeare e che, in qualche modo, sono annunciatrici del finale…
Un testo bello, complesso, ma ben riuscito strepitosamente recitato da Micaela Casalboni (Ofelia) e Paola Roscioli (Gertrude). Ottima anche la regia (dell’autore).
Spettacolo da vedere.

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