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Don Gregorio camp

Il Don Gregorio di Gaetano Donizetti è un’operina godibile ma senza grandi pretese: la melodia è piacevole e la storia un po’ abusata: un padre nobile che vieta ai figli le gioie della vita. Il “buffo” Donizetti lo raggiunge proprio “spingendo” sulle assurde pretese del genitore che vieta ai figli maschi incontri e vicinanze con il “sesso fatal” artefice, a suo dire, del Male che imperversa nel mondo. Ovvero la comicità è data dagli assunti bislacchi… Un’operina, quella di Donizetti, che è andata presto dimenticata.
A darle nuova e bella vita ci ha pensato Roberto Recchia, regista della messinscena presentata ieri in prima al Teatro Donizetti di Bergamo. Una regia che ha fatto del Don Gregorio un’opera camp: alla base dello spettacolo di Recchia, infatti, c’è il citazionismo postmoderno, la teatralità insistita, l’omosessualità, il travestitismo un po’ kitsch e la parodia delle fonti citate. E, così, in una scena “attualizzata” al Ventennio Fascista, l’aio protagonista dell’opera, in privato, si traveste da donna, scimmiottando le grandi dive del melodramma; per non dire che Gilda (la moglie segreta del marchesino Enrico) si produce in una coreografia che cita le esibizioni di Joséphin Baker, e, quando si dispera, si aggrappa a un sipario appositamente fatto calare per lei, a mo’ di eroina del cinema muto! Lo scioglimento stesso della vicenda (con happy end) è il trionfo del camp: tutti i protagonisti della storia (finanche il padre nobile, pio uomo dedito all’autoflagellazione) per una ragione o per l’altra si ritrovano vestiti con gli abiti femminili pescati dall’armadio di Don Gregorio.
Uno spettacolo che è piaciuto molto al pubblico bergamasco per il brio e per l’intelligenza registica.
A interpretare Don Gregorio un bravissimo Paolo Borgogna (al cui indirizzo è andata una meritata ovazione finale del pubblico) che ha assecondato il regista anche come valente attore. Al suo fianco un’altrettanto brava Elizaveta Martirosyan nella parte di Gilda.
Molto applaudito anche il direttore d’orchestra il Maestro Stefano Montanari.

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