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Arlecchino magnifico

Ho avuto la fortuna di poter assistere da spettatore a varie edizioni dell’Arlecchino servitore di due padroni di Carlo Goldoni per la regia di Giorgio Strehler. Le ho trovate tutte bellissime e coinvolgenti. 

In tutte Arlecchino era Ferruccio Soleri. Un grande. Un attore che – nonostante l’età – quando indossa la maschera si trasforma in un bambino. Sì, perché ogni volta che assisto a una sua performance, ho sempre la sensazione che il suo Arlecchino non abbia nulla dell’aspetto diabolico della maschera primigenia e, ancor meno, sia l’incarnazione del servo sciocco. 
La maschera di Soleri è quella di un bambino tenero e ingenuo che si arrabatta per sbarcare il lunario, per fare giornata. 
Un bambino che crede furbo il diventare servitore di due padroni (in quanto si aspetta di poter mangiare il doppio) e che scopre che, invece, servire due padroni significa buscarle da entrambi.
Un bambino magnifico che con la sua innocenza riesce a trascinare nel suo gioco spettatori adulti e piccini. 

E il gioco di Soleri-Arlecchino si ingloba nel gioco pensato da Strehler per la sua regia: quello del teatro nel teatro. 
Una compagnia di comici dell’arte, infatti, sta portando in scena il testo di Goldoni e lo fa pensando al teatro come a un grande gioco. Un gioco realizzato per divertire il pubblico. 

Non c’è malinconia nell’edizione ora sulle scene (quella del sessantesimo dello spettacolo): il mondo del teatro si è, in certo qual modo, pacificato con il mondo e lo sollecita a guardare alla vita con una certa positiva e distaccata ironia che non rifugge dal gioco e dal divertimento. 
Solo nella scena finale, quando Arlecchino scompare, c’è una nota di tristezza; nota che viene annullata dalla subitanea ricomparsa in scena di Arlecchino: il bambino giocoso sconfiggerà la malinconia e la tristezza.
Spettacolo da vedere e rivedere.

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