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Visualizzazione dei post da Ottobre, 2005

Caos calmo

Inizia con una scena dal sapore vagamente boccaccesco Caos calmo di Sandro Veronesi (edito da Bompiani): un soccorso in mare che si trasforma in una specie di atto sessuale mancato. Una scena, però, che prelude a un dramma: Pietro (uno dei due fratelli protagonisti del salvataggio), quando torna a casa, trova Lara, la sua compagna e madre di sua figlia, morta. Un colpo durissimo che Pietro crede di non aver accusato, ma anzi di aver parato.
Infatti, nonostante tutti siano convinti che Pietro, nei tre mesi successivi all’evento, sia disperato, il diretto interessato è, invece, sicuro di non soffrire. Egli afferma di non sentire dolore, ma di essere tranquillo e sceglie di passare i giorni successivi al lutto accanto a sua figlia: stazionando di fronte alla di lei scuola.
Un luogo, quello, che diventa, per Pietro, una sorta zona franca, e, per i suoi colleghi, amici e parenti, una specie di muro del pianto: è lì, con lui, che loro vanno a sfogare i propri dolori.

Un Don Giovanni tutto italiano

Il mito di Don Giovanni ha radici antiche e stratificate. 
Una prima sistemazione letteraria del mito si deve allo spagnolo Tirso de Molina che nel 1630 presentò El burlador de Sevilla. Seguirono una serie di spettacoli che si rifecero al testo dello spagnolo. La Commedia dell’Arte italiana – con i suoi canovacci e gli spettacoli all’Improvvisa – contribuì a diffondere il mito in tutta Europa. Ad essa molto deve Molière autore di un Le festin de Pierre, pièce nella quale Don Juan si accompagna a Sganarello (che sostituisce l’Arlecchino dei Don Giovanni della Commedia italiana). Nel 1669 il mito fece la sua comparsa sulle scene del teatro musicale con L’empio punito di Pippo Acciaiuoli e Alessandro Melani. Seguirono molti altri spettacoli, fino a quel 29 ottobre del 1787 quando, a Praga, Lorenzo Da Ponte e Wolfgang Amadeus Mozart presentarono il loro Il Dissoluto punito o Don Giovanni
Non tutti sanno, però, che in quello stesso 1787, ma a febbraio, aveva visto la luce a Venezia il Don …

Dialogo sull’esistenza di Dio: i Karamazov

Non è certo la prima volta che un romanzo viene adattato per la scena. E non è nemmeno la prima volta per i Fratelli Karamazov di Dostoevskij. La messinscena del Teatro Prova di Bergamo, però, si caratterizza per essere “uno studio”, per quanto rifinito e lucidato.  Uno studio vuol dire – in gergo teatrale – che lo spettatore non si trova ancora di fronte a uno spettacolo finito, ma a uno spettacolo “in divenire”, suscettibile, cioè, di essere ancora perfezionato. Va detto, però, che – in linea di massima – il Karamazov presentato sabato scorso al pubblico bergamasco da Max Brembilla, Patrizia Geneletti, Stefano Mecca e Andrea Rodegher è già uno studio in dirittura d’arrivo: non manca nulla (anzi, forse c’è fin troppo per essere uno studio!).

The Keith Haring Show

Keith Haring è senza dubbio una delle icone dell’arte contemporanea. Nato in Pennsylvania nel 1958 è morto a New York nel 1990 di AIDS. La sua attività artistica si è svolta in tutto il mondo (molto spesso in l’Italia, oltre che a New York) tra il 1980 e il 1990. Un decennio che – forse – in campo artistico non è eccessivo definire il decennio di Keith Haring, ovvero il decennio dove la sua arte ha, più di ogni altra, influenzato non solo gli altri artisti, ma la società intera. Il suo stile è diventato inconfondibile e anche oggi le sue figure sono immediatamente associate al suo nome, segno sicuro del fatto che Keith è ormai entrato nel mito, insieme a pochi altri artisti contemporanei, tra cui il re della Pop Art Andy Warhol (che Haring ammirava e dal quale ha ricevuto grosse attestazioni di stima).

Quando in Einaudi lavoravano i giganti

I migliori anni della nostra vita di Ernesto Ferrero (Torino 1938) è un libro strepitoso. In esso l’autore racconta i suoi anni di lavoro all’interno della casa editrice Einaudi, nella quale è entrato come responsabile dell’Ufficio Stampa nel 1963 e ne è diventato direttore editoriale tra il 1984 e il 1989 (gli anni della superamento della crisi economica che aveva colpito la casa editrice). 
Ferrero, quindi, ha della casa editrice, una conoscenza profonda e ne descrive dall’interno vizi e virtù, ricorrendo anche (soprattutto nei casi in cui non è stato testimone diretto degli avvenimenti) ai verbali e alla corrispondenza conservata in archivio, per portare un pizzico di verità in più ai suoi ricordi. 
Sono anni, quelli descritti nel libro di Ferrero, nei quali in Einaudi lavorano dei veri e propri giganti della cultura italiana: tra essi Cesare Pavese, Elio Vittorini,Giulio Bollati («il Maestro»), Natalia Ginzburg, Italo Calvino e, naturalmente, lui, Giulio Einaudi, «l’Editore» (nel li…