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Corpo picchiato, svestito | e picchiato ancora, baciato

Gandolfo Cascio in Admeto canta un amore omosessuale intenso e ai limiti.
Un amore carnale, fatto di tenerezze e violenze fisiche.
Un amore che dice il suo nome e ne paga le conseguenze: «Ho confessato al mondo il mio | amore, e ho preso senza urlare, | senza piegare il capo la mia parte | d’ingiurie». Ma la comunità, in Admeto, più che giudice è, in realtà, spettatrice: uditrice delle lodi cantate dal poeta in onore dell’oggetto del suo amore. «Che faccio quando sei assente? | Ciò che farebbe ogni uomo: scrivere | di te e su antiche musiche danzare».
Il perché di tanta devozione è presto detto: l’uomo amato dal poeta è da lui considerato alla stregua di un dio, un sovrano cui piegarsi e di cui cantare le lodi. E non è un caso che, in Admeto, tornino parole e immagini che richiamano la sacralità: «Il suo bacio è sostanza al mio | corpo e io mi piego a lui come servo al sovrano | e lui come Cristo che lava i calcagni». Ma, si badi, qui la sacralità è una cosa sola con la carnalità, con il sesso. 
In Admeto, si è sì un «Cristo che lava i calcagni», ma si è soprattutto il sovrano, e non è un caso, allora, il riferimento ad Admeto, il bel monarca a cui Apollo si sottomise per amore.
Il rapporto cantato in Admeto è, dunque, una relazione tra servo e padrone. Un rapporto che passa dalla violenza alla tenerezza e che si fissa nel canto del poeta (che a volte è urlo). 
Quello del poeta è un «Corpo picchiato, svestito | e picchiato ancora, baciato», un corpo che viene offerto in pasto, sacrificato, immolato al dio. Ma a quanto pare, ne vale proprio la pena: «Amai una terra e il suo | ragazzo più bello».
Un libro, quello di Cascio, che merita di essere letto senza pregiudizi, perché quella che emerge è descrizione di un Amore totalizzante, appagante e che rende felici.

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