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Visualizzazione dei post da Gennaio, 2005

Il Grigio con Fausto Russo Alesi

Il Grigio di Giorgio Gaber e Sandro Luporini è un monologo scritto alla fine degli anni Ottanta che narra dell’incontro-scontro tra l’io narrante – un uomo di mezza età che decide di lasciare tutto e andare a vivere da solo – e Il Grigio, metaforicamente incarnato da un topo, bestia intelligente e scaltra, per quanto ripugnante.
Ovviamente, per l’uomo Il Grigio è una presenza inquietante che va eliminata: fuori dalla sua casetta nuova e linda; fuori dalla sua vita, meno linda della casetta (un matrimonio fallito, un figlio legittimo che sostanzialmente non ama, un’amante per cui non prova più trasporto e una bambina che non vuole riconoscere anche perché non è certo di esserne il padre).
Tra quest’uomo e l’intruso non può, quindi, non nascere lo scontro; una lotta senza esclusioni di colpi che termina senza vincitori o vinti: con l’intruso (Il Grigio, ossia la mediocrità della vita quotidiana), conviene conviverci, per tornare alla vita dopo aver visto il baratro.
L’interpretazione di

L’amor maschio è fanciullo

Scritto in pieno Seicento, L’Alcibiade fanciullo a scolaattribuito (con buona ragione) a padre Antonio Rocco (lettore di filosofia e di retorica, nonché accademico Incognito, come dire un “libero pensatore”) è un dialogo, ovvero un genere letterario noto fin dall’antichità greco-latina (e non ignoto agli arabi) che imita un ragionamento tra due e più persone al fine di giungere a una dimostrazione.  Ciò che nel libro uno dei due dialoganti, il venerabile maestro Filotimo (probabile portavoce dell’autore), vuole dimostrare all’altro, il fanciullo Alcibiade, è che l’amore pederastico (ovvero quello che unisce un maschio adulto attivo a un fanciullo passivo) è l’amore per eccellenza degli uomini saggi e raziocinanti (ossia di quegli uomini che più sono distanti dalle bestie). «L’amor maschio è fanciullo», tale è la tesi che va dimostrata.

Ottobre

È l'ottobre del 1979. Christopher Isherwood ha 75 anni e spende in California gli ultimi anni della sua vita accanto al suo compagno, il pittore Don Bachardy. Egli è considerato uno degli scrittori più importanti del mondo (autore di capolavori come Addio a Berlino) e una voce autorevole del movimento gay (una «tribù» cui è fiero di appartenere, dichiara).  In quel mese, mentre il compagno esegue ritratti di gente comune e di artisti famosi, Isherwood descrive, in una sorta di diario pubblico (nel testo più volte si rivolge direttamente al lettore), non solo la sua vita quotidiana, ma anche alcune persone importanti della sua esistenza, sia passata, sia presente (alcune delle quali, fatalmente, portano i nomi di Wystan HughAuden, Gore Vidal e David Hockney).

La locandiera di Goldoni messa in scena da Visconti

Federica Mazzocchi, “La locandiera” di Goldoni per Luchino Visconti, ETS. 
La sera del 2 ottobre 1952 al Teatro La Fenice di Venezia esordiva La locandiera di Carlo Goldoni per la regia di Luchino Visconti. Nel ruolo del titolo c’era Rina Morelli, in quello del Cavaliere di Ripafratta un giovanissimo Marcello Mastroianni, in quello del Marchese di Forlipopoli Paolo Stoppa, il Conte d’Albafiorita era un Gianrico Tedeschi fresco d’Accademia e Fabrizio era un giovanotto di nome Giorgio De Lullo
Uno spettacolo destinato a chiudere un’epoca e ad aprirne un’altra, quella nella quale Carlo Goldoni smise di essere considerato dai più come un autore di repertorio delle compagnie dialettali venete, per diventare universalmente un classico della scena nazionale. Uno spettacolo che fece piazza pulita della allora in voga "maniera ballettistica" di mettere in scena l’autore veneziano (fatta di mossette, prese di tabacco, inchini e riverenze, “brio”) e introdusse (non solo sulle scene, ma…