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Quando Roma legiferava sui rapporti tra maschi

In Ubi Venus mutatur Danilo Dalla ripercorre la storia dell’omosessualità nell’Antica Roma attraverso lo studio del dettato legislativo. Il suo campo di indagine abbraccia un arco temporale molto vasto che va dalla Roma pagana del I secolo a.C. a quella ormai cristiana dell’imperatore Giustiniano; un arco temporale durante il quale nell’Impero Romano successero molte cose, tra le quali la conquista della Grecia e la nascita del cristianesimo. La conquista del mondo ellenico portò con sé l’acquisizione da parte dei romani di costumi fino allora poco praticati (come la pederastia), mentre la vittoria del cristianesimo sul paganesimo portò con sé l’ingerenza della religione nelle leggi dello Stato.
Danilo Dalla analizza le leggi via via emanate e le mette a confronto anche con le fonti storiche disponibili, nonché con quelle letterarie per dare al lettore un quadro quanto più possibile conforme alla verità. 
Va detto che, nel condurre il suo studio, Dalla tenta di utilizzare un linguaggio quanto più chiaro e comprensibile, anche se a volte si lascia trasportare dalla materia e usa singole parole greche o latine senza accompagnarle con una traduzione (cosa che, invece, immancabilmente fa quando compie citazioni più lunghe).
Dalla lettura del saggio emerge che gli antichi romani (quelli pre-cristiani) consideravano del tutto legittimo per un padrone avere rapporti omosessuali con i propri schiavi, purché durante l’amplesso il padrone mantenesse un ruolo attivo e dominante, ovvero non perdesse quelli che per loro erano gli atteggiamenti di un uomo virile. 
Anche la pederastia era del tutto legittima sempre che essa coinvolgesse un adulto di condizione libera e un minore in condizione di schiavitù
Dunque un romano nato libero, sia adulto, sia minore, non poteva svolgere un ruolo passivo, in quanto l’ideale della virilità (il vir – l’uomo – doveva mantenersi attivo e dominante) era più forte della libertà del costume.
Con l’avvento del cristianesimo si verificò un mutamento nella sfera dei comportamenti sessuali: i Padri della Chiesa consideravano «contro natura ogni atto sessuale, dentro o fuori dal matrimonio, non preordinato alla generazione». Ne conseguì la definizione dell’omosessualità come atto “contro natura” offensivo della divinità, al di là di qualsiasi distinzione di ruolo tenuto all’interno del rapporto sessuale. Ecco, allora che, rifacendosi a quanto scritto nell’Antico Testamento, i nuovi legislatori inflissero la pena di morte agli omosessuali, condannando l’atto anzitutto in quanto peccato contro Dio

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