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Coe racconta Bogart


Jonathan Coe, Caro Bogart (tit. originale Take it & Like it), Feltrinelli.
Jonathan Coe è noto al pubblico dei lettori italiani soprattutto per essere l’autore dei romanzi La casa del sonno e La banda dei brocchi, ma, oltre ad essere un romanziere, Coe è anche un biografo: ha scritto, infatti, le biografie degli attori James Stewart e Humphrey Bogart
Proprio quest’ultima l’editore Feltrinelli ha ora pubblicato in Italia con il titolo, forse un po’ fuori luogo, di Caro Bogart. Il titolo dato alla versione italiana della biografia che Coe dedica all’attore americano suona un po’ stonato, in quanto Coe tutto fa fuorché scrivere un’esaltazione del divo di Hollywood. Coe, invece, ne analizza lo stile recitativo e ne ricorda i dati biografici salienti con divertito distacco, riuscendo a vedere i meriti artistici del divo, ma, più spesso, descrivendone i limiti recitativi o le cantonate clamorose. Il tutto con uno stile sobrio, ma non scevro di ironia, in grado di coinvolgere il lettore con un libro che si legge e si gusta come un romanzo (lo si dice a titolo di merito).
Neppure per un istante il lettore ha la spiacevole sensazione di trovarsi di fronte un pedante saggista, benché Coe dimostri nella biografia di conoscere perfettamente, non solo la filmografia di Bogart, ma anche la cinematografia statunitense dell’epoca. Tale bagaglio di sapere Coe mette a frutto dando di Bogart una visione un po’ distante da quella che vuole il divo statunitense come l’interprete del gangster duro ed egoista, disilluso dalla vita, ma capace di slanci eroici se chiesti dalla bella e brava ragazza di turno: Coe descrive un attore perfettamente a proprio agio solo quando interpreta personaggi psicopatici, in quanto – è il sospetto dello scrittore inglese – egli conoscerebbe personalmente i disturbi comportamentali e psichici. Bogart, insomma, sarebbe stato uno psicotico violento (oltre che un ubriacone cronico), con una grave forma di complesso di persecuzione, in grado di immedesimarsi solo in personaggi altrettanto paranoici (per Coe Bogart «Aveva una gamma ridotta di manierismi vocali e corporei e si sentiva a suo agio solo interpretando un ruolo adatto agli aspetti del proprio carattere»). Una tesi, questa, che Coe sostiene e dimostra con una serie di fatti sia biografici, sia relativi alla carriera di Bogart.
Si è detto che Coe guarda all’oggetto del proprio saggio con ironia. Ad esempio, Coe, a proposito della recitazione di Bogart in La seconda signora Carrol, nel quale l’attore interpretava un artista, scrive: «Naturalmente Bogart non riesce a convincerci nemmeno per un attimo di essere un pittore di talento (maneggia i pennelli con la stessa sicurezza con cui Claude Monet avrebbe maneggiato una Colt calibro 45)»; e, ancora, quando Bogart appare in La fuga con un volto (il suo) che, nella finzione filmica, doveva essere il frutto di un’operazione di chirurgia plastica, Coe commenta: «A quel punto diventa davvero difficile sospendere l’incredulità: perché mai un chirurgo plastico degno di tale nome darebbe a un paziente i lineamenti di Humphrey Bogart, con tanto di cicatrice sulla bocca e borse sotto gli occhi?». Ovviamente, Coe è perfettamente in grado di cogliere le migliori interpretazioni di Bogart e, a proposito di quella per L’ammutinamento del Caine, Coe arriva a scrivere: «È un’interpretazione perfettamente calibrata, espressiva ma non affettata, intensa ma non istrionica, che offre a Bogart un posto tra i migliori attori dello schermo».

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