La vita peccaminosa di Caravaggio

Tutti i miei peccati sono mortali di Giuliano Capecelatro edito nel 2010 da il Saggiatore è un saggio su Caravaggio che ha molto del romanzo. In esso, infatti, l’Autore narra la vita e le opere di Caravaggio facendo diventare il pittore un vero e proprio personaggio: ne narra non solo le azioni, ma anche i pensieri, i sentimenti, le paure, gli stati d’animo e le intenzioni.
Per calarsi nella mente del grande Maestro il saggista parte dai rari dati documentali (verbali di tribunale; diari di committenti e mercanti d’arte; note biografiche redatte da pittori contemporanei) e dai capolavori dipinti e traccia un convincente profilo psicologico. Ne esce la figura di un uomo tormentato; dal carattere difficile; incline alla rissa (e non si dimentichi che arrivò a uccidere un uomo); amante del bicchiere e attratto sessualmente sia dalle ragazze, sia dai ragazzini (tra cui Mario Minniti e Cecco del Caravaggio).
Una narrazione, quella di Capecelatro, vivace e felice specie nelle descrizioni d’ambi…

Intensi naufragi

Naufragi di Don Chisciotte di Massimo Bavastro, regia di Lorenzo Loris, scene e costumi di Emanuela Pischedda. Con Gigio Alberti e Mario Sala. Visto all’'Auditorium di Piazza della Libertà a Bergamo il 24 marzo 2004.
I naufragi raccontati da Massimo Bavastro sono quelli di una coppia di amici, entrambi malati mentali che credono di essere l’'uno il cavaliere Don Chisciotte (Mario Sala) e l’'altro il suo scudiero Sancho Panza (Gigio Alberti). 
Essi, rivivendo in chiave moderna le avventure descritte nel celebre romanzo di Cervantes, errano (nel doppio significato di vagare e di sbagliare) a cavallo di una bicicletta, cercando Dulcinea in una discoteca e combattendo non più contro i mulini a vento (che oggigiorno andrebbero tutelati come beni culturali), ma contro rumorose trivelle tra i carruggi della città di Genova. 
Il testo di Bavastro è struggente, poetico e crudo e l'’interpretazione dei due attori strepitosa, specie quella di Mario Sala che passa da toni tragici a toni esilaranti con impressionante scioltezza e naturalezza. Il suo personaggio rivela una lucidità che agghiaccia: nel suo delirio, infatti, riesce a descrivere il tormento vissuto dalla propria madre, una mater dolorosa che non sa darsi pace per avere un figlio matto (e commuove); ma, anche, raccontare la “cura delle acque” (benedette) cui viene sottoposto dalla madre (e si ride). 
Più sfuggente il personaggio interpretato da Gigio Alberti: è un Sancho Panza logorroico che vaneggia e lascia le frasi a metà (in modo che diventa difficoltoso seguirne il discorso) e che “guida” (come può guidare un matto) il suo cavaliere triste per le vie di una città sostanzialmente indifferente ai loro dolorosi vissuti. 
La regia di Lorenzo Loris è riuscita a rendere il testo in modo egregio, dando lo stesso peso ai momenti tragici e dolorosi e a quelli comici (ma è una comicità piena di disperazione). Il suo è uno spettacolo intenso, pieno di giusta tensione e che non è mai volgare, neppure quando i due attori si masturbano in scena e donano il loro seme al mare, nella speranza di poter lasciare un erede.
La scena di Emanuela Pischedda ricorda quelle di Appia fatta com’'è di un praticabile grigio e anonimo (ma che viene animato dagli attori).
Lunghi e insistiti applausi al termine dello spettacolo.

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