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Un poetico "Messaggero muto"

Messaggero muto. Coreografia: Virgilio Sieni. Con: Virgilio Sieni, Marina Giovannini, Luisa Cortesi, Erika Faccini, Samuele Cardini, Michele Simonetti. Compagnia Virgilio Sieni Danza. All’Auditorium di Piazza della Libertà di Bergamo il 22 giugno 2003 all’interno del Festival di Teatro e handicap “Non voglio perdere la maraviglia”.

Il messaggero muto del titolo appare fisso sotto la luce fioca di una lampadina con la bocca spalancata nell’atto di voler urlare (ma da quella bocca, però, non esce un solo suono). Ecco che Sieni, da subito, a inizio di spettacolo, ribalta la visione comune del danzatore: per lui il danzatore non è quell’artista che piroetta e assume pose plastiche e belle; no, per lui il danzatore è un messaggero muto: resta fisso in una posizione sgraziata e non parla, anche se vorrebbe urlare.

Come non bastasse questo inizio, l’intero spettacolo si “scaglia” proprio contro l’idea che comunemente si ha del danzatore e ciò “costringe” la compagnia a prodursi in movimenti convulsi, rapidi, dichiaratamente brutti, non armonici ma a scatti.

Anche la colonna sonora combatte le convenzioni un po’ stantie di certa danza: è fatta di rumori indistinguibili con l’effetto di essere alquanto ossessiva, ma, soprattutto “muta”: è una “musica” lontana da ogni forma di narrazione.

Il punto più alto dello spettacolo si ha, a nostro avviso, durante un assolo di Sieni stesso che, al centro del palcoscenico, “imita” i gesti disarticolati dei portatori di handicap grave. Siamo di fronte a un brano di vera, autentica poesia: la poesia che nasce dal corpo e al corpo è diretta; al corpo degli spettatori che non possono non restare a bocca aperta di fronte a tale serie di gesti inconsulti che, fatti da un grande danzatore-coreografo come è Virgilio Sieni, diventano addirittura belli. Si vorrebbe che Sieni non finisse mai, a dispetto di quanto comunemente succede di fronte alle convulsioni autentiche degli spastici.

Uno spettacolo di assoluta bellezza, che segna una tappa importante nel cammino della nostra danza contemporanea.

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