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venerdì 27 gennaio 2012

Nostra Signora del Risorgimento


Ascolta il post - Voce di Luca Grandelis


Ieri sera, al Teatro Sociale di Bergamo, Anna Bonaiuto ha dato voce alla principessa Cristina Trivulzio Belgioioso, portando in scena La Belle Joyeuse monologo di Gianfranco Fiore (anche regista dello spettacolo).
Si tratta di un testo che ripercorre l’intensa vita della principessa che, nel fiore degli anni, ancorché minata dalla sifilide (passatale dall’amato marito Emilio di Belgiojoso, assiduo frequentatore di bordelli), si dedicò con passione e ardore alla nascita del nostro Paese.
Fu, infatti, agitatrice, finanziatrice, spia, capopopolo, polemista, teorica e “principessa dei diseredati”. Ella, accanto all’unità d’Italia, sostenne, infatti, anche il progresso del popolo che, prima che unito sotto un’unica bandiera, andava sfamato di cibo e cultura (al contrario di quanto pensavano molti dei nostri eroi risorgimentali, monarchici e aristocratici).
Fu donna di salotto, ma anche cospiratrice. Fu, allo stesso modo, attenta alle esigenze dei talenti artistici e a quella dei giovani carbonari. Fu - come ben detto dal titolo di una biografia che le è stata dedicata - la Nostra Signora del Risorgimento (più Repubblicana che Monarchica, proprio in quanto sempre vicina agli umili).
La Bonaiuto (che già era stata Cristina di Belgiojoso in Noi credevamo di Mario Martone) incarna la principessa con gusto: le dona pose da gran dama e piglio da condottiera. Alterna momenti di lirico ricordo a quelli di animosa spinta alla lotta. Cambia toni di voce e posture e rende viva una figura di donna, in qualche modo proto-femminista, che meriterebbe uno spazio maggiore nei libri di storia.
Al calar della tela, l’interprete è stata salutata dal pubblico bergamasco con applausi convinti e calorosi. Meritati.

martedì 24 gennaio 2012

Un racconto di strepitosa bellezza


Ascolta il post - Voce di Luca Grandelis


La tripla vita di Michele Sparacino di Andrea Camilleri edito da Rizzoli nel 2009 è un racconto di strepitosa bellezza, tanto surreale che potrebbe, benissimo, essere una storia reale. 
Un testo che potrebbe essere metaforicamente messo su uno scaffale tra un romanzo di Luigi Pirandello e un testo teatrale di Samuel Beckett (due degli scrittori più amati in assoluto da chi scrive).
Nel racconto, Camilleri narra la storia di Michele Sparacino, umile siciliano di Vigata (la città immaginaria creata dall’Autore), la cui identità viene “rubata” (un po’ per caso e un po’ per dolo) e usata per creare un personaggio immaginario, le cui gesta vengono descritte sui giornali. Le azioni compiute dal Michele Sparacino inventato dai giornalisti, però, finiscono, paradossalmente, per essere determinanti per il corso della vita reale di Michele Sparacino, fino ad essergli fatali.
La prima vita di Sparacino, quella inventata da altri, cambia, quindi, la seconda vita di Sparacino, quella da lui davvero vissuta.
La terza vita di Sparacino si avrà solo dopo la di lui morte... Una vita, di nuovo paradossalmente, più consona a quella che Sparacino avrebbe dovuto vivere: ovvero una vita da persona ignota e non da personaggio sotto i riflettori...
Un racconto scritto con la “lingua di Camilleri”: un siciliano vero e inventato comprensibile senza eccessive difficoltà.
Completa l’edizione di Rizzoli un’interessante intervista a Camilleri di Francesco Piccolo.


Altro su Andrea Camilleri

La tripla vita di Michele Sparacino è disponibile su Amazon

lunedì 12 dicembre 2011

Giorgio Strehler e il mantello delle magie

Giorgio Strehler e il mantello delle magie

domenica 11 dicembre 2011

Cenerentola tra sogno e realtà


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Ieri sera al Teatro Donizetti di Bergamo è andata in scena la Cenerentola che il coreografo e regista Giorgio Madia ha tratta dalla favola di Charles Parrault. Le musiche erano di Gioacchino Rossini e, oltre a quelle tratte dall’omonima opera del compositore, si sono sentiti brani esprapolati dalle sue più celebri opere: ossia dal Guglielmo Tell, dalla Gazza ladra, dal Barbiere di Siviglia, dall’Otello, dall’Italiana in Algeri e da altre. La revisione musicale era del Maestro Giuseppe Acquaviva che ha saputo creare un discorso musicale assai compatto e convincente.

Lo spettacolo ha unito in un tutt’uno la danza e il teatro: i protagonisti si muovevano su passi di danza moderna, ma non tralasciavano la recitazione (affidata alla mimica e alla gestualità). In altre parole, la Cenerentola, oltre e, forse più, che danzata è stata rappresentata.
All’aprirsi del sipario il pubblico ha assistito a uno spettacolo di ombre con il quale si è raccontato l’antefatto: il padre di Cenerentola si unisce con una nuova moglie, già madre di due ragazzine e, poi, muore.
Concluso l’antefatto la scena mostra l’interno della casa della matrigna e la vita ancillare in cui è costretta la protagonista. Cenerentola, però, non sembra rassegnarsi alla angherie cui la sottopongono matrigna e sorellastre, ma sogna una vita diversa in cui poter ballare liberamente accanto a un uomo. Il sogno, presto, diventerà realtà, grazie all’intervento di una fata (da sogno) e Cenerentola potrà, in tal modo, incontrare e unirsi al suo Principe...

giovedì 8 dicembre 2011

Sieni è lo spettacolo


Ascolta Sieni è lo spettacolo - Voce di Luca Grandelis

Buio e Luce; Silenzio e Musica; Corpo e Spazio possono sembrare, e a volte sono, antitetici, ma su tali antitesi il coreografo e danzatore Virgilio Sieni costruisce Solo Goldberg Improvisation presentato ieri al pubblico bergamasco riunitosi al Teatro Sociale.
Il palcoscenico è immerso nel buio e sono rischiarate dalla luce solo la zona in cui è posizionato il pianoforte di Riccardo Cecchetti e quella in cui agisce il danzatore. Sarebbe meglio dire, però, che Sieni con la luce ci gioca: ne fa una partner del suo danzare, del suo improvvisare. La usa per illuminare appieno i suoi gesti esatti o solo parte del suo corpo.
Il silenzio è alla base dell’agire di Sieni, un danzatore che, quando si muove, sembra non fare rumore, quasi non toccasse il palcoscenico. Unico suono nettamente percepibile dallo spettatore è quello prodotto dal suo respiro, a volte affannoso. Nel silenzio Sieni inizia la sua coreografia che si sviluppa, poi, nella musica.
Il corpo di Sieni è al centro dell’attenzione del pubblico. Un corpo che fa suo tutto lo spazio a disposizione: non solo il palcoscenico, ma anche il sipario, il proscenio e le colonne che, al Teatro Sociale, delimitano il proscenio.
Un corpo si vorrebbe dire disarticolato. Massimamente sciolto. I cui movimenti sono continui. A volte fluidi, più spesso a scatti. Un corpo che dà l’impressione di potersi produrre in qualsiasi movimento. Un corpo che Sieni sollecita e piega alla sua volontà.
Lo spettacolo, nel complesso, non ha una storia: è Sieni lo spettacolo. È il suo esserci e piegarsi, stortarsi, contrarsi, scuotersi, piroettare... E quando nello spettacolo la figura elegante di Sieni subisce l’interferenza di altri corpi (nello specifico quelli di tre spettatori chiamati sul palco), l’attenzione dello spettatore si fa meno attenta e lo spettacolo perde, in qualche modo, la sua magia.
Lunghi e convinti applausi al calar della tela.

Altro su Virgilio Sieni

martedì 6 dicembre 2011

Luchino Visconti e il cinema melodrammatico

Luchino Visconti e il cinema melodrammatico

sabato 3 dicembre 2011

Il raggiro è una messinscena



Ieri sera, al Teatro Donizetti di Bergamo, la Mandragola di Niccolò Machiavelli ha aperto la rassegna di prosa “Altri percorsi”. A portarla in scena Ugo Chiti, anche autore della riduzione drammaturgica del testo e della scenografia.

Il drammaturgo e regista ha ideato un impianto scenico semplice, ma dal segno forte: al centro della pedana principale ha posto un’altra pedana, visibilmente inclinata. Al fondo di tale seconda pedana, un’apertura. La seconda pedana è un palcoscenico e, a differenza della prima, non finge di non esserlo. Il tutto immerso in un’atemporalità accentuata dai costumi, difficilmente identificabili come rinascimentali.

Il sipario si apre su un Prologo/Cantastorie che, seduto al centro del palcoscenico inclinato e battendo il palco con un bastone, anima i vari personaggi. Si tratta di una sorta di burattinaio che dà vita alla scena.

Di conseguenza, in base a tale lettura, tutto ciò che viene visto dal pubblico è una recita. In particolar modo, la recita di un raggiro.

Infatti, la Mandragola mette in scena il raggiro di cui è vittima messer Nicia che, desideroso di avere dalla consorte Lucrezia un erede, apre le porte di casa sua a colui che diverrà l’amante della moglie, ossia quel Callimaco che, appunto con l’inganno, finge di essere, prima il medico che suggerisce il rimedio e, poi, il rimedio stesso.

sabato 26 novembre 2011

Una farfalla da applausi



La storia della Madama Butterfly di Giacomo Puccini su libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa è nota: un farfallone americano in Giappone, desideroso di scaricare il proprio ardore virile tra le braccia di una fanciulla del luogo, sposa una geisha quindicenne soprannominata, per la grazia dei modi, Madama Butterfly. La farfallina in questione, pur sapendo che nel paese da cui proviene il neo-marito si è soliti trafiggere con uno spillone le farlalle, si lascia incantare e “casca nella rete”, innamorandosi del marito e credendo alla favola bella che lui le racconta. La verità, però, è ben diversa: lui torna negli Stati Uniti dove prende una “moglie vera”, con la quale fa ritorno in Giappone dopo tre anni di assenza, ignaro del fatto che, nel frattempo, Madama Butterfly gli ha dato un figlio. Di fronte alle conseguenze della propria leggerezza, il farfallone si dice logorato dai rimorsi, mentre alla farfallina non resta che darsi la morte, per poter assicurare un futuro prospero al figlioletto.

sabato 19 novembre 2011

Da Goldoni ad Harold Lloyd



La Cecchina ossia La buona figliola di Carlo Goldoni e Niccolò Piccinni è “un’opera giocosa” che sente il peso degli anni. Tratto dalla Pamela di Samuel Richardson (romanzo del 1740), l’opera fu musicata da Piccinni su libretto dell’autore veneziano nel 1760.

A teatro, però, il romanzo di Richardson era già stato portato dallo stesso Goldoni dieci anni prima con La Pamela, una delle sedici commedie nuove che nel 1750 il commediografo si era impegnato a fornire al suo impresario Girolamo Medebach.

Dal romanzo al libretto la critica sociale insita nel testo venne via via scemando, tanto che nell’opera dei due italiani, Pamela, umile cameriera, scompare e diventa Cecchina, giardiniera che si scoprirà baronessa. Dunque, il matrimonio finale tra il nobile padrone e l’umile cameriera, nel libretto, diventa un matrimonio tra pari...

Si diceva che l’opera risente del passare degli anni: forse proprio perché lontanta dall’analisi e dalla critica sociale ben presente nelle opere per il teatro di prosa scritte dal Goldoni, La Cecchina, alla fine, risulta essere una storiella basata sull’abusata “trovata” teatrale del “riconoscimento”: il lieto fine è assicuato perché, alla fine, la protagonista viene riconosciuta per essere una fanciulla dell’Alta Società.

domenica 13 novembre 2011

mercoledì 2 novembre 2011

Il poeta e il politico

Il poeta e il politico è il discorso che Salvatore Quasimodo pronunciò a Stoccolma durante la cerimonia di consegna del Premio Nobel per la Letteratura. Si tratta di un testo ancora di stringente attualità, nonostante risalga al 1959.

sabato 8 ottobre 2011

Finzioni a corte



La Maria di Rohan di Salvadore Cammarano e Gaetano Donizetti è opera dalla musica piacevole, ma poco conosciuta.
La storia è ambientata nella Francia del cardinale Richelieu e mette al centro la figura di Maria, contessa di Rohan, moglie - dalla dubbia fedeltà - del duca Enrico di Chevreuse. Nello specifico, il testo narra del triangolo, dall’esito tragico, che vide come protagonisti di una storia di amicizia e corna gli stessi Maria ed Enrico e, con loro, Riccardo, conte di Chalais. Il finale, si è detto, è tragico, ma, a differenza di altre opere donizettiane, Maria non impazzisce.
Dopo una prolungata assenza, Maria di Rohan è tornata sui palcoscenici del Teatro Donizetti di Bergamo con un’edizione non del tutto felice, a causa, soprattutto, di un cast canoro che ha fatto storcere il naso (non a torto) a più di uno spettatore presente in sala.
A salvare e rendere piacevole la serata la regia di Roberto Recchia che ha saputo far recitare i cantanti e ha ambientato la vicenda in una scena spoglia ma assai significativa. Essa, opera di Angelo Sala, si componeva di pochi ed essenziali arredi (qualche statua e una panchina al Primo Atto; una scrivania e delle sedie nei restanti Atti) e, sul fondale, di un quadro la cui cornice dorata diventava via via sempre più sbilenca. Al centro del palco fortemente inclinato, un gorgo. La scena era, quindi, nel Primo Atto un cortile del Palazzo del Louvre e, nel Secondo e Terzo Atto, rispettivamente gli appartamenti del conte Riccardo e del duca Enrico.

sabato 17 settembre 2011

Trionfa la Gemma di Donizetti


Non sempre le opere cadute in disuso lo sono ingiustamente, anche se scritte da grandi compositori. Anzi, forse proprio il fatto che sono opere di grandi, dovrebbe mettere in allarme: se il pubblico le ha dimenticate, forse, una ragione valida c’è.

Pare il caso, ad esempio, della Gemma di Vergy di Gaetano Donizetti su libretto di Emanuele Bidera. Si tratta di un’opera scarsamente frequentata negli ultimi anni e la ragione potrebbe stare nel fatto che, francamente, essa è assai lontana dai capolavori donizettiani.

Anche musicalmente pare essere un’opera un po’ incongrua, in quanto a parti testuali dal contenuto assai tragico, a volte vengono associati ritmi da marcetta.

Non sempre, però, riesumare le opere cadute in disuso è un’operazione controproducente o dai risultati negativi. È il caso della Gemma di Vergy proposta ieri sera al Teatro Donizetti dal Maestro Roberto Rizzi Brignoli. Si è trattato, infatti, di un vero trionfo.

Merito, sicuramente, va riconosciuto agli interpreti che, vocalmente, sono stati davvero assai bravi. Un cast ben amalgamato che ha avuto la sua punta di diamante nella limpida (musicalmente parlando) Maria Agresta, impegnata nel ruolo di Gemma. Grande successo personale hanno ottenuto anche Gregory Kunde (Tamas) e Leonardo Galeazzi (Guido). Ma tutti i cantanti, si ripete, sono stati vocalmente potenti e dalla dizione chiara.

Peccato che non possano essere ricordati anche come attori: la recitazione è mancata e, tale assenza, forse è dovuta a un’assenza che si è sentita assai di più: quella della regia. Laurent Gerber come regista, semplicemente, non c’era. Tutto, nei suoi quadri scenici, aveva la fissità della pittura: il coro era immobile; gli attori erano congelati in gestualità fisse e stereotipate, le luci fisse... Scenicamente, uno spettacolo a tratti noioso.

Belle le scene di Angelo Sala.

Al calar del sipario il pubblico si è prodotto in un lungo e insistito applauso rivolto, giustamente, agli interpreti.

mercoledì 29 giugno 2011

La rete delle convenzioni


È stato presentato ieri sera in prima nazionale al pubblico del Festival Danza Estate Il lago dei cigni di Laura Corradi. Si tratta di uno degli spettacoli più belli degli ultimi anni nel quale si racconta l’ipotetico seguito del noto balletto musicato da Pëtr Il'ič Čajkovskij.

Nel testo della Corradi, musicato da Fabio Basile, l’azione si svolge durante la festa di nozze tra il Principe Siegfried e Odette. Qualcosa, però, turba il Principe e il suo disagio si esprime attraverso una gestualità a scatti e una difficoltà a mantenere la posizione eretta.

Il Principe non è solo nel suo disagio: anche altri invitati, infatti, lasciano le stanze del palazzo dove si sta svolgendo la festa (che il pubblico non vede, ma sente) e si uniscono a lui. Assieme tentano di capire l’origine del disagio e il modo di superarlo.

Ciò che impedisce al gruppo essere felice è l’impossibilità di volare: rotto l’incantesimo e lasciate le sembianze di cigno, il gruppo rimpiange il piumaggio che gli consentiva di librarsi nell’aria.

mercoledì 27 aprile 2011

Moretti baciato dalla Grazia

Nanni Moretti ha all’attivo film come Bianca (1984); Caro Diario (1993); La stanza del figlio (2001) e Il caimano (2006) che, da soli, farebbero vanto a qualsiasi regista. A tale già nutrita schiera si aggiunge ora Habemus papam.

Avvertenza: nelle righe che seguono si fa riferimento al finale del film.

Sono un morettiano convinto. Considero, infatti, Nanni Moretti uno dei registi viventi più bravi del mondo. Mi piace Moretti anche come attore di film non suoi, come, ad esempio, Il portaborse o Caos calmo.

Fino ad ora consideravo La stanza del figlio il suo capolavoro.

Oggi sono pronto a dire che con Habemus papam Moretti dimostra di essere stato baciato dalla Grazia.

In Habemus papam Moretti utilizza il linguaggio lieve della commedia per sottoporre a critica feroce non solo la Chiesa cattolica, ma anche molta società italiana. Una critica che, seppur feroce, ha la grazia di non apparire come tale...

Ma tento di mostrare dove c’è critica...

mercoledì 30 marzo 2011

Egoisti in cerca di affetto


È un susseguirsi di scene brevi La malattia della famiglia M. di Fausto Paravidino (anche regista e interprete) nelle quali i personaggi sono impegnati in dialoghi pieni di significato che, al contempo, fanno progredire la vicenda verso la “catastrofe” e aiutano a delineare meglio il carattere del personaggio che li pronuncia.

Un testo, dunque, in cui il dialogo (veloce e non esente da battute ironiche, quasi aspre) è tutto, tanto che i luoghi in cui i personaggi si parlano sono definiti da una panchina (che funge anche da studio del medico) e dal tavolo dalla cucina di casa M., ovvero luoghi in cui si sta seduti e, appunto, si parla.

Non è un caso, quindi, che l’unica scena in cui l’azione ha il sopravvento (quella della scazzottata tra Fabrizio e Fulvio) sia, non solo raccontata in flashback, ma anche agita dagli attori al rallentatore (dunque in qualche modo visivamente isolata dal resto).

mercoledì 2 marzo 2011

Gadda borderline come Amleto

L’ingegner Gadda va alla guerra da un’idea di Fabrizio Gifuni è un testo che alterna vari scritti di Carlo Emilio Gadda con l’Amleto di William Shakespeare. In particolare, dell’autore milanese si tengono presenti come guida e filo conduttore della narrazione i suoi privati Diari di guerra e di prigionia nei quali descrive la logorante vita di trincea e l’avvilente prigionia in mano al nemico.

Il ritratto che, in tal modo, emerge è quello di un giovane Gadda costantemente ai limiti della follia, un borderline che ha seri e preoccupanti momenti di sconforto, alternati con altrettanti lucidi stati di raziocinio, durante i quali analizza nel dettaglio la pessima situazione in cui versano i soldati italiani al fronte.

Durante i momenti di “follia” Gadda sembra assomigliare ad Amleto: come il personaggio di Shakespeare vive sul confine tra pazzia e lucidità (e non si sa con quanta coscienza) e come lui ha una questione irrisolta con la madre. È proprio la parola “mamma” pronunciata dal giovane soldato che induce una sorta di transfer con il personaggio di Shakespeare.

lunedì 28 febbraio 2011

Gadda uomo e scrittore

Ieri sera, in un poco affollato Teatro Sociale, Paolo Bessegato ha presentato al pubblico bergamasco il suo Incendio di via Keplero. Si tratta di uno spettacolo composito: nella prima parte Bessegato, con l’aiuto di due voci fuori scena (la prima maschile e la seconda femminile), racconta il Gadda privato: un uomo schivo e timidissimo che, lasciato il lavoro di ingegnere, si dedicò alla scrittura con lo spirito di un monaco di clausura. Scriveva e riscriveva indefessamente, anche per anni, prima di dare alle stampe i propri scritti.

La ricostruzione del Gadda uomo avviene per mezzo della presentazione al pubblico di tre scritti eterogenei: un’intervista di Alberto Cavallari, un’altra di Dacia Maraini e un ricordo di Goffredo Parise. Ne esce il ritratto di un uomo umile, intelligente, schivo e pieno di umorismo. Un milanese trapiantato a Roma dove non si lascia travolgere dalla Dolce Vita, ma fa una vita da travet delle lettere. Molto il lavoro sulle “sudate carte” e pochi e innocenti i diversivi, come le fughe in macchina accanto a Parise.

Mentre ci racconta il Gadda uomo, Bessegato delimita la scena per mezzo di tre leggii e una sedia di legno (una cadrega). Simboli di letteratura (i leggii) e di umiltà operosa (la cadrega).

La seconda parte dello spettacolo è tutta dedicata alla recitazione di un racconto che Carlo Emilio Gadda scrisse nel 1929, ispirato da un fatto di cronaca milanese: l’Incendio di via Keplero, appunto. È questa la parte dello spettacolo in cui Bessegato eccelle, riuscendo ottimamente a rendere il ritmo iperbolico e funambolico della scrittura gaddiana. Un racconto, quello dell’incendio, che, in parte, richiama il Futurismo della macchina e del fuoco voluto da Marinetti e, in parte, l’Inferno dantesco. Il tutto condito da un’ironia gaddiana e milanese al medesimo tempo.

Spettacolo ben fatto e godibilissimo.