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giovedì 15 dicembre 2011

Eleonora Duse

Eleonora Duse. Un’interprete in cerca d’autore

sabato 23 luglio 2011

Un libro inutile


Le donne e gli uomini più belli di tutti i tempi di Paolo Zelati è un libro sostanzialmente inutile.
La prima frase dell'Introduzione si interroga su cosa sia la bellezza e su come si decida se un uomo e una donna sono belli. Ci si aspetterebbe che il volume approfondisca il concetto, tentando di dare a tali domande una risposta. Invece l'autore dei saggi pare proprio essersi dimenticato delle domande da lui poste e nei suoi scritti si limita a tracciare un sommaria biografia dei “divi” di cui parla.
“Divi” appartenenti sia al mondo del cinema, sia a quello dello sport, ma anche alla storia e al mito: infatti, oltre ad attori come Brad Pitt, Rodolfo Valentino, Grace Kelly, l'autore traccia le vite di sportivi come David Beckham, di personaggi mitici come Achille o Narciso e di personaggi storici come la contessa di Castiglione o Maria Antonietta D'Asburgo.
Spiace dire che i brevi saggi che costituiscono il libro sembrano essere meno approfonditi delle voci che Wikipedia dedica a tali personaggi. Forse, sarebbe stato preferibile che l'autore si fosse dedicato a un minor numero di “divi”, ma ne avesse analizzato e ricostruito la vita e la carriera con maggiori dettagli (oltre, ovviamente, al fatto che sarebbe stato oltremodo interessante se avesse tentato di capire il perché tali personaggi erano e sono ritenuti belli, quali caratteristiche possedevano e possiedono per incantare e affascinare il pubblico).
Sorprende, infine, il fatto che in copertina vi siano Marcello Mastroianni e Anita Ekberg, ma di loro, nel libro, non si faccia parola.
Un libro la cui lettura non si consiglia.

martedì 7 dicembre 2010

Quando la Divina andava in tournée


Fino al 23 gennaio 2011 è visibile nel Salone Centrale del Complesso del Vittoriano a Roma la mostra Il viaggio di Eleonora Duse intorno al mondo (ingresso gratuito) curata da Maurizio Scaparro, Maria Isa BiggiAlessandro Nicosia.
Si tratta di un’esposizione che raccoglie materiali provenienti da varie istituzioni tra cui l’Archivio Duse della Fondazione Giorgio Cini di Venezia, il Museo Teatrale del Burcardo di Roma e il Museo Civico di Asolo al fine di dare un’idea di quanto la Divina Eleonora Duse fosse conosciuta e apprezzata non solo in patria, ma anche all’estero, dove si recò a portare il vento rinnovatrice della sua arte. Un’arte, la sua, capace di affascinare e sorprendere sia uomini di teatro che da lei furono ispirati, sia semplici spettatori che si recavano a teatro per sentirla recitare anche se, molti di loro, ignoravano la lingua italiana.
L’attrice recitò nei teatri di tutto il mondo: ella fece, ad esempio, tournée in Sud America, in Egitto, in Russia, negli Stati Uniti e in moltissimi paesi europei, portando nei teatri di quei paesi il suono della lingua italiana e la migliore produzione teatrale nostrana.
In mostra è possibile ammirare una scelta di costumi teatrali, di bozzetti, di locandine, di fotografie, di libri in formato ridotto (in modo da essere più facilmente trasportabili), di lettere autografe e telegrammi, di set di bottiglie da viaggio, ma anche gli occhiali della Divina, i suoi guanti da sera, l’agenda da lavoro e la collezione di ritratti.
Tra le lettere, i bozzetti di scenografie, i costumi risuonano i nomi dei personaggi più famosi della cultura a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento con i quali la Duse fu variamente in rapporto: Matilde Serao, Arrigo Boito, Giovanni Verga, Gabriele D’Annunzio (teneramente chiamato Gabri dalla Divina), Luigi Pirandello, Sibilla Aleramo, Isadora Duncan, Mariano Fortuny, Natalia Gontcharova e tanti altri.
Una mostra dedicata a una delle nostre attrici più grandi che vale la pena andare a visitare. 
Lascia qualche perplessità il fatto che la mostra sia inserita tra gli eventi celebrativi del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, in quanto essa se mostra bene l’attività dell’attrice, meno bene mette in luce l’importanza della Duse cittadina italiana.
Molto ben fatto il catalogo a cura di Maria Isa Biggi edito da Skira.

venerdì 5 novembre 2010

Le dive fautrici del cambiamento


Lyda Borelli, Francesca Bertini, Isa Miranda, Valentina Cortese, Anna Magnani, Clara Calamai, Silvana Mangano, Alida Valli, Giulietta Masina, Lucia Bosé, Giovanna Ralli, Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Virna Lisi, Claudia Cardinale, Monica Vitti, Stefania Sandrelli, Mariangela Melato, Ornella Muti, Laura Morante, Giovanna Mezzogiorno…
Il catalogo della mostra Dive. Donne del cinema italiano a cura di Antonio Azzalini e Fabio Di Gioia (edito dalla Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia e DROPS Comunicazione)  è, prima di tutto, una gioia per gli occhi. Quelle su nominate, sono solo alcune delle attrici (belle e brave) i cui ritratti da diva vengono pubblicati a tutta pagina in tale pubblicazione.
Una gioia degli occhi che si fa, però, anche materiale su cui riflettere: un grande come Roland Barthes sicuramente avrebbe saputo cogliere i tratti comuni di questi ritratti fotografici. Forse avrebbe posto l’accento su una posa ricorrente; un certo modo di guardare l’infinito fuori campo o, spavaldamente e sensualmente, direttamente lo spettatore; una certa propensione a non ridere apertamente, ma, al massimo, sorridere.
Ecco, ciò che colpisce forse più di ogni cosa nei “ritratti da studio” riprodotti è che, al di là di rare eccezioni, le nostre dive non ridono. Al massimo, appunto, sorridono, ma più spesso hanno una certa tristezza negli occhi.
Altra cosa, invece, sono le foto scattate sul set: esse mostrano le espressioni che tali dive donavano ai personaggi da loro resi vivi. Basti ricordare solo la ciociara della Loren e si avrà un quadro chiaro di quanto, alcune di tali dive, siano state attrici di grande livello.
La loro arte, la loro bellezza, come ricorda Fabio Di Gioia nel suo intervento, si faceva, nel Secondo Dopoguerra, anche ambasciatrice dell’Italia nel mondo: la nostra cinematografia era distribuita in molti paesi stranieri ed era considerata importante e meritevole d’elogi e ammirazione. Anche le nostre dive lo erano e molte di esse vennero chiamate a recitare accanto a divi internazionali sui set hollywoodiani. Un traguardo, ricorda Di Gioia, che in quegli anni da personale si faceva collettivo.
Dive, sottolinea il curatore, che hanno contribuito, con il loro lavoro, la loro immagine, il loro divismo, al miglioramento della condizione femminile in Italia e, con essa, il miglioramento della reputazione delle attrici medesime (prima considerate delle donne leggere, se non peggio). A tale proposito Di Gioia afferma:
Il cammino del divismo al femminile offre molte novità che emancipano la figura della donna rispetto all’icona domestica della madre di famiglia, fino a caratterizzare un’epoca nuova. Le dive sono la possibilità di un modello diverso. Sono donne che hanno successo in patria come all’estero e che guadagnano molto. Suscitano rispetto e venerazione.
Dive, quindi, che anticipano i tempi a aiutano il cambiamento. Strano, allora, che non ridano quasi mai. Forse il riso le renderebbe, agli occhi degli uomini (specie quelli pregni di machismo) meno fatali, meno inarrivabili, meno misteriose e più casalinghe e quotidiane. Meno dive, insomma.

venerdì 3 luglio 2009

I divi di Annie Leibovitz


Fino al 6 settembre 2009 si fermerà a Madrid la mostra dedicata alla grande fotografa Annie Leibovitz che, da molto tempo, sta girando il mondo toccando importanti città: Life of a photographer 1990-2005.
L'esibizione mette in mostra 220 fotografie sia pubbliche, sia private: si va dagli scatti a grandi personaggi pubblici (come i Presidenti degli Stati Uniti Clinton e Bush), a quelli che ritraggono la famiglia d'origine della fotografa americana o la compagna di vita Susan Sontag. Non mancano reportage da zone di guerra e paesaggi.
Le foto nelle quali la Leibovitz sembra davvero dare il meglio di sé sono quelle che ritraggono i divi della cinematografia. In mostra ce ne sono parecchie. Tali scatti spiccano perché in essi sembra che la fotografa sia riuscita a fare emergere uno dei lati intimi e privati del/la divo/a fotografato/a. Ecco, allora, la dolcezza di Leonardo DiCaprio, la potente sensualità di Brad Pitt, l'algida eleganza di Nicole Kidman, la materna fierezza di Demi Moore, la casalinga dolcezza di Johnny Depp e Kate Moss...
Una mostra di visitare.

sabato 17 gennaio 2009

La divina delle divine


Nata a Vigevano nel 1858 e morta a Pittsburg nel 1924 Eleonora Duse è stata una delle attrici più importanti del mondo, capace di lasciare di sé un ricordo indelebile. Al suo nome è indissolubilmente legata l’immagine di un certo modo di essere attrice, tanto che, molto semplicemente, Eleonora Duse è “La Divina”. Altre donne dello spettacolo, dopo di lei, sono state in grado di entrare nell’immaginario collettivo, penso a Maria Callas o a Tatiana Pavlova, ma mai divenendo “divine” per antonomasia com’è stato, appunto, per la Duse.
Eppure, agli esordi, nonostante fosse “figlia d’arte”, vi fu chi le consigliò di abbandonare le scene, in quanto non rivelava di possedere valide corde drammatiche che avrebbero potuto far dimenticare agli spettatori il fisico poco appariscente.
Una scelta più accorta del repertorio e la guida di grandi attori come Emanuel e, presumibilmente, la Pezzana, fecero crescere la giovane attrice, tanto da farla diventare una primadonna.
Si diceva del repertorio: ella spaziò dal teatro patriottico e verista a quello di poesia (soprattutto quello di D’Annunzio che impose sui palcoscenici come drammaturgo), per approdare a Ibsen, in seguito alla rottura del rapporto sentimentale – oltre che lavorativo – che la legava a D’Annunzio. 
Celebri e tormentati – a tale riguardo – furono le sue storie d’amore: quella, appunto, con il Vate nazionale, quella con Arrigo Boito (che le fece anche da Maestro di studi), quella con l’attore Flavio Andò e quella con il marito – anch’egli attore – Tebaldo Marchetti in arte Checchi.
A Eleonora Duse la Fondazione Cini di Venezia dedica la mostra “Divina Eleonora” visitabile fino al 6 gennaio 2002 presso la sede della Fondazione nell’isola veneziana di San Giorgio Maggiore. La mostra è stata allestita dallo scenografo Pier Luigi Pizzi.
Per la mostra sulla Duse, Pizzi è riuscito di nuovo a stupirci positivamente, realizzando una “messinscena” degna di uno spettacolo teatrale. Ancorché abbastanza piccola, la mostra si caratterizza anche grazie al segno personalissimo dell’allestimento che ha immerso i materiali esposti nel nero delle pareti e nel buio, illuminandoli in modo egregio e ambientandoli in vere e proprie scene. 
Cosicché, per esempio, il visitatore viene accolto in una sala dove una gondola (vera) trasporta un manichino con le fattezze della Duse tra la laguna di Venezia (città nella quale l’attrice visse per qualche anno). Oppure, il visitatore può ammirare gli splendidi abiti originali indossati dalla Duse, sia in una sorta di camerino, sia in salotto o in un ambiente che potrebbe essere l’angolo di un salone di ricevimento.
Oltre a tali abiti davvero strepitosi, sono visibili le locandine degli spettacoli, le foto dell’attrice, bozzetti e figurini disegnati per lei dal grande Edward Gordon Craig in occasione della realizzazione dell’Elektra di Hofmannsthal; ma anche oggetti, per un’attrice, di uso quotidiano come i passaporti o i copioni. 
L’allestimento termina con la proiezione di Cenere l’unico film (del 1916) interpretato dall’attrice.
Catalogo Marsilio.


Originariamente in «Il Nuovo Giornale di Bergamo», 21 novembre 2001.

domenica 4 settembre 2005

Capote intervista Brando


Nel 1956 Truman Capote intervistò Marlon Brando che si trovava in Giappone per girare gli esterni di Sayonara. L’intervista uscì nel 1957 sul «The New Yorker» con il titolo The Duke in His Domain (Il Duca nel suo dominio, Mondadori).
Capote immerge Brando in uno scenario “di cartone”, bidimensionale: un Giappone molto di maniera, fatto di camerierine in chimono e servitori sempre sorridenti, un Paese dove «la ridarella […] nasce senza motivi apparenti». Una bidimensionalità anche verbale, dove la “tridimensionalità” del suono “rl” di Marlon viene livellata in una dolce bidimensionalità di una doppia “rr”: i giapponesi, infatti, chiamano il divo americano Marron. Il Giappone post-atomico non esiste nell’esperienza di Capote-Brando: non c’è sofferenza, tragedia, malattia, ma solo sorrisi e accoglienza per gli americani in visita (che, pare non essere mai stati dei nemici di guerra…).
Ovviamente, c’è una spiegazione del perché un grande come Capote usi tale espediente: egli crea una scenografia bidimensionale e quanto più possibile accogliente e neutra, per mettere in rilievo – un rilevo molto più che tridimensionale - l’oggetto Marlon Brando. Un Marlon Brando diverso da come i lettori americani sono abituati a vedere: meno “esteriore” e più “interiore”. È come se la prepotente fisicità di Marlon Brando acquisisse una “quarta” dimensione data dalla sua vita interiore che Truman Capote riesce a far emergere dall’intervista, anche grazie alla neutralità di campo nel quale immerge l’intervistato.
Quello di Capote è un Brando che ha dei problemi seri, dei nodi irrisolti che svela all’intervistatore in modo forse non intenzionale: la loro sembra essere una conversazione tra amici intimi, piuttosto che un’intervista ufficiale. E l’intimità della situazione viene sottolineata da vari espedienti narrativi che Capote lascia cadere come nulla fosse, non ultimo il fatto i due si trovino nella stanza d’albergo del divo e stiano cenando. Una camera disordinata, dove «Tutto ciò che <Brando> possedeva […] era allo scoperto». Un mettere “in mostra” che, più che gli oggetti personali, riguarda soprattutto l’intimità del divo: Brando con Capote si stava “scoprendo”. E non è un caso che in primo piano emergano i libri di lettura di Brando: «testi di preghiere buddhiste, meditazioni zen, respirazione yoga, misticismo indù». Insomma, Capote sta mettendo i propri lettori sull’avviso: è come se stesse dicendo di stare all’erta, perché quello di cui si parlerà è un Marlon Brando inedito.
Ecco, allora, che Brando pare abbia perso i caratteri adolescenziali e la «raffinatezza e […] gentilezza quasi angeliche» del volto, ancora ben visibili al tempo del suo esordio teatrale in Un tram che si chiama desiderio e abbia, ora, un corpo «ispessito» e la fronte alta data dal diradamento dei capelli. Un Brando che è passato attraverso l’esperienza delle sedute psicoanalitiche e parla di sé come di una persona «vulnerabile» perché iper-sensibile e – nonostante l’analisi - «piuttosto confuso, un bel po’ incasinato». Un uomo che dichiara di potersi entusiasmare per un qualcosa, ma non più per sette minuti esatti e che può mutare le proprie opinioni molto rapidamente.
Ma soprattutto, Brando afferma di essere un uomo incapace di amare chicchessia e che in ciò stia il suo problema principale, in quanto l’unica ragione per vivere, per lui, è proprio l’amore. Un uomo, Brando, che, forse, supplisce alla carenza affettiva circondandosi di amici che tratta come farebbe «un duca nel suo dominio»: i suoi “amici” sono persone che hanno bisogno di lui e di cui lui non si fida mai completamente.
La carenza affettiva di Brando ha radici profonde e antiche: nasce dall’avere avuto un padre indifferente e distaccato e una madre alcolizzata alla quale lui, per un certo periodo, era rimasto attaccato in modo viscerale, per poi allontanarsene, lasciandola nel suo delirio di vecchia ubriacona.
Insomma, il Brando di Capote non è un divo di celluloide, ma è un uomo che si mostra in tutta la sua complessità. Il divo tornerà solo al termine dell’intervista, quando Capote, dirigendosi verso il suo alloggio sotto una pioggia battente, ritrova il Marlon Brando che tutti conoscono: quello bidimensionale e fumettistico dei cartelloni pubblicitari.

giovedì 28 luglio 2005

Grace Kelly


Joanna Spencer, pseudonimo di una giornalista di origine irlandese, ha dedicato un’accurata biografia a Grace Kelly, attrice e regina, edita in Italia da Mondadori con il titolo Grace principessa disincantata.
Il libro si apre con la ricostruzione dell’ambiente in cui Grace nacque e visse i primi anni della sua vita: la famiglia Kelly, una delle più ricche e influenti degli Stati Uniti. Una famiglia il cui capostipite faceva fatica a sbarcare il lunario, ma che vide arrivare la fortuna economica grazie alle capacità imprenditoriali del padre di Grace che partì dal mondo sportivo (nel 1921 fu medaglia d’oro alle Olimpiadi del Belgio), per approdare all’edilizia, diventando il costruttore più importante della costa orientale degli Stati Uniti. «Quando, il 12 novembre 1929, nasce Grace, Jack Kelly è già miliardario e il crollo della Borsa, che ha appena colpito l’America, non lo sfiora quasi per nulla».
Grace venne educata come una qualsiasi ragazza della buona società anche se, soffrendo di alcune allergie, le furono negate una serie di attività nelle quali, invece, erano coinvolti i fratelli: era considerata da tutti una ragazza un po’ fragile e delicata.
Il desiderio di fare l’attrice sbocciò subito forte e, finito il liceo nell’estate del 1947, Grace, grazie all’interessamento dello zio George Kelly, premio Pulitzer nel 1925, ottenne un’audizione all’American Academy of Dramatic Arts di New York. L’audizione ebbe esito positivo e la giovane Grace si trasferì a New York per seguire le lezioni di recitazione. In quella città Grace sbocciò e divenne sicura di sé. La sua altera bellezza la impose all’attenzione del jet set e ben presto i cronisti dei giornali iniziarono a interessarsi ai suoi flirt. Tra le sue storie ve ne fu una davvero importante: quella con il giovane scià di Persia Reza Pahlavi che si innamorò di lei, ricambiato. Ma per la contrarietà della famiglia, Grace fu costretta a interrompere la relazione. Stessa sorte toccò anche alla storia con il principe Alì Khan, figlio dell’agha khan.
Intanto Grace si fece notare anche come attrice e dal 1950 al 1953 partecipò a oltre 50 produzioni televisive, fino a quando divenne una star grazie al film Mezzogiorno di fuoco. Sui set nei quali fu impegnata era capace di stringere legami d’amicizia molto forti e destinati a durare tutta la vita: celebri quelli con Clark Gable e Ava Gardner.

Ad ogni modo, la vera svolta alla carriera di Grace Kelly la diede un grande maestro del cinema che la elesse a propria attrice di riferimento: Alfred Hitchcock, sotto la regia del quale Grace interpretò ruoli di protagonista in film indimenticabili, come Il delitto perfetto (1954), La finestra sul cortile (1954) e Caccia al ladro (1955). La fama che tali film le procurò fu enorme, tanto che all’epoca iniziò a girare una battuta che rende bene l’idea del successo cui Grace era giunta: «Tutti gli uomini sognano di passare la notte con Marilyn Monroe, ma tutti sognano di passare la vita con Grace Kelly».
«Guidata da Hitchcock» ricorda la Spencer «l’attrice buca letteralmente lo schermo, diventando un simbolo di quella che lui chiama “eleganza sensuale”» e lei «quasi non si rende conto di stare imponendo un nuovo tipo di femminilità e di recitazione».

Grace Kelly diventò una diva internazionale tanto famosa che quando venne annunciato il suo fidanzamento con il principe Ranieri di Monaco, negli Stati Uniti quasi tutti sapevano chi era l’attrice, ma pochi chi era il principe. La biografia della Spencer racconta i retroscena di come fu organizzato il primo incontro tra la star e il giovane principe, e di come il fidanzamento fu tenuto segreto a tutti fino all’annuncio ufficiale. Da quel momento in poi, iniziò per Grace quella che per tutti fu una bella favola.
In realtà la Spencer racconta molti dettagli della vita di Grace da regina, dettagli non proprio tipici della fiaba, tanto che, per l’autrice, Grace e Ranieri ebbero più di un momento difficile nella loro unione. Anzi, per la Spencer, vi fu un vero e proprio allontanamento tra i due, tanto che per un determinato periodo, quando ormai i tre figli nati dalla loro unione erano già adulti, Grace visse a Parigi, mentre Ranieri rimase nel Principato di Monaco. E fu in quella occasione che Grace confidò a una amica che avrebbe voluto divorziare, ma che non lo avrebbe fatto per amore dei tre figli che, in caso di divorzio, per la legge monegasca, sarebbe stati affidati al padre. L’amore di madre fu, dunque, più forte del dissidio con il marito.
L’allontanamento dal marito favorì anche la ripresa dell’attività d’attrice: Grace, lontano dal Principato di Monaco, si impegnò in piccoli recital e in partecipazioni a documentari. Un periodo di apparente felicità, forse dovuta anche a una relazione extra-coniugale con un giovane regista. Un periodo spensierato che si interruppe tragicamente: il 13 settembre 1982, mentre si trovava alla guida della sua auto, la principessa ebbe un ictus e perse il controllo del veicolo. L’auto – nella quale viaggiava assieme alla figlia Stéphanie – precipitò in un burrone della Costa Azzurra. Grace non si risvegliò più dal coma e spirò il giorno successivo.

giovedì 14 ottobre 2004

La non accettazione che distrugge


Michelangelo Capua, nel ricostruire la  biografia dell'attore Montgomery Clift ha puntato decisamente sulla sfera privata, lasciando in secondo piano la carriera artistica. I riferimenti agli spettacoli e ai film interpretati da Clift, infatti, sono del tutto strumentali alla ricostruzione del vissuto e delle ragioni segrete che spingevano l'uomo Clift a comportarsi in un determinato modo. 
Dell'arte dell'attore e della di lui tecnica ben poco si dice: si rimanda genericamente al "Metodo" di ascendenza stanislavskijana che in quegli anni l'Actors' Studio andava diffondendo tra i giovani attori americani. 
In realtà, però, dopo qualche mese passato con Lee Strasberg, Clift abbandonò la "scuola", in quanto riteneva che il suo fondatore fosse un "ciarlatano". Quando era sul set, Clift si fidava e si affidava a Mira Rostova, un'attrice che gli faceva da insegnante di recitazione. Dunque, i riferimenti al "Metodo" sembrano perlomeno insufficienti a dare un quadro preciso dell'arte di Clift; di come lui affrontasse una parte.
Ma, si è detto, a Capua, più che l'attore, interessa l'uomo. Un uomo tormentato, dipendente dai farmaci e dall'alcol (che spesso assumeva contemporaneamente), estremamente insicuro e dall'umore mutevole. Un "vinto" che, però, riusciva - a chi non lo conosceva - a dare l'idea di essere un "vincitore".
La causa principale della fragilità psichica ed emotiva di Clift, secondo Capua, sarebbe stata la non accettazione della propria omosessualità, peraltro vissuta a livello sessuale con disinvoltura, stando agli innumerevoli amanti occasionali che il  bellissimo Clift ebbe. Neppure quando l'attore ebbe relazioni durature ci fu per lui un miglioramento: l'omosessualità non accettata lo rodeva dentro distruggendolo. 
Le cose peggiorarono dopo l'incidente d'auto che lo sfigurò: il fatto di non essere più riconosciuto dai fan fu un altro duro colpo per il suo ego già minato. Clift tentò tutto pur di tornare a essere il divo che era, ma la sorte non gli fu amica: morì d'infarto prima di riuscire a girare Riflessi in un occhio d'oro che affrontava il tema dell'omosessualità in modo più esplicito di quanto avesse fatto Improvvisamente l'estate scorsa (interpretato da Clift con qualche disagio). Alla morte dell'attore la parte fu affidata a Marlon Brando.

domenica 5 settembre 2004

Coe racconta Bogart


Jonathan Coe, Caro Bogart (tit. originale Take it & Like it), Feltrinelli.
Jonathan Coe è noto al pubblico dei lettori italiani soprattutto per essere l’autore dei romanzi La casa del sonno e La banda dei brocchi, ma, oltre ad essere un romanziere, Coe è anche un biografo: ha scritto, infatti, le biografie degli attori James Stewart e Humphrey Bogart
Proprio quest’ultima l’editore Feltrinelli ha ora pubblicato in Italia con il titolo, forse un po’ fuori luogo, di Caro Bogart. Il titolo dato alla versione italiana della biografia che Coe dedica all’attore americano suona un po’ stonato, in quanto Coe tutto fa fuorché scrivere un’esaltazione del divo di Hollywood. Coe, invece, ne analizza lo stile recitativo e ne ricorda i dati biografici salienti con divertito distacco, riuscendo a vedere i meriti artistici del divo, ma, più spesso, descrivendone i limiti recitativi o le cantonate clamorose. Il tutto con uno stile sobrio, ma non scevro di ironia, in grado di coinvolgere il lettore con un libro che si legge e si gusta come un romanzo (lo si dice a titolo di merito).
Neppure per un istante il lettore ha la spiacevole sensazione di trovarsi di fronte un pedante saggista, benché Coe dimostri nella biografia di conoscere perfettamente, non solo la filmografia di Bogart, ma anche la cinematografia statunitense dell’epoca. Tale bagaglio di sapere Coe mette a frutto dando di Bogart una visione un po’ distante da quella che vuole il divo statunitense come l’interprete del gangster duro ed egoista, disilluso dalla vita, ma capace di slanci eroici se chiesti dalla bella e brava ragazza di turno: Coe descrive un attore perfettamente a proprio agio solo quando interpreta personaggi psicopatici, in quanto – è il sospetto dello scrittore inglese – egli conoscerebbe personalmente i disturbi comportamentali e psichici. Bogart, insomma, sarebbe stato uno psicotico violento (oltre che un ubriacone cronico), con una grave forma di complesso di persecuzione, in grado di immedesimarsi solo in personaggi altrettanto paranoici (per Coe Bogart «Aveva una gamma ridotta di manierismi vocali e corporei e si sentiva a suo agio solo interpretando un ruolo adatto agli aspetti del proprio carattere»). Una tesi, questa, che Coe sostiene e dimostra con una serie di fatti sia biografici, sia relativi alla carriera di Bogart.
Si è detto che Coe guarda all’oggetto del proprio saggio con ironia. Ad esempio, Coe, a proposito della recitazione di Bogart in La seconda signora Carrol, nel quale l’attore interpretava un artista, scrive: «Naturalmente Bogart non riesce a convincerci nemmeno per un attimo di essere un pittore di talento (maneggia i pennelli con la stessa sicurezza con cui Claude Monet avrebbe maneggiato una Colt calibro 45)»; e, ancora, quando Bogart appare in La fuga con un volto (il suo) che, nella finzione filmica, doveva essere il frutto di un’operazione di chirurgia plastica, Coe commenta: «A quel punto diventa davvero difficile sospendere l’incredulità: perché mai un chirurgo plastico degno di tale nome darebbe a un paziente i lineamenti di Humphrey Bogart, con tanto di cicatrice sulla bocca e borse sotto gli occhi?». Ovviamente, Coe è perfettamente in grado di cogliere le migliori interpretazioni di Bogart e, a proposito di quella per L’ammutinamento del Caine, Coe arriva a scrivere: «È un’interpretazione perfettamente calibrata, espressiva ma non affettata, intensa ma non istrionica, che offre a Bogart un posto tra i migliori attori dello schermo».