Un saggio su "Accattone" di Pasolini

Franco Citti in una scena di Accattone
Accattone è stato il primo film firmato come regista da Pier Paolo Pasolini.
Ad esso Stefania Parigi ha dedicato un saggio (Pier Paolo Pasolini. Accattone) edito da Lindau.
La saggista avverte che 
Accattone non ci appare oggi come un fossile riesumato dal passato perché l’inattualità è il suo tratto ontologico già all’inizio degli anni ‘60.
E questo perché, il film, lungi dall’essere un documentario sulle borgate romane, era un “ricordo” poetico delle stesse così come si erano presentate al regista una decina di anni prima. Negli anni Sessanta, infatti, anche nelle borgate romane soffiava un debole vento di rinnovamento e iniziavano a farsi sentire le nevrosi da boom economico.
Pasolini, con il suo primo lungometraggio, tornava (dopo averla descritta nei romanzi) alla borgata come a un possibile preannuncio di spazi geografici “altri”: quelli del Terzo Mondo effettivamente percorsi filmicamente dal regista qualche anno dopo.
La borgata pasoliniana, nel film, dunque, assume le caratteristiche di un luogo pre-storico, ovvero non percorso dalle ideologie novecentesche, nel quale la vita scorre segnata dai bisogni primari: il cibo e il sesso. Il sesso come mezzo per procacciarsi il cibo.
Un luogo pre-storico nel quale non vi è una marcata differenza tra la violenza e la sacralità.
I vari aspetti del film sono analizzati nel dettaglio dalla saggista che, spesso, non limita il suo discorso al solo Accattone, ma lo estende anche ad altre esperienze creative di Pasolini.
Il saggio della Parigi, però, non riesce a far superare allo spettatore odierno la sensazione che Accattone di Pasolini sia un film, sostanzialmente, superato.


Ciò che, invece, sarebbe stato molto interessante approfondire è la ricezione del film nella attardata società italiana.
Al tema la Parigi dedica poche pagine in chiusura di trattazione che lasciano al lettore la necessità di approfondire, per capire come mai, ad esempio, ai tempi si sentì l’esigenza di vietare la visione del film ai minori di 18 anni, quando la legge prevedeva che, al massimo, la si potesse vietare ai minori di anni 16. 
O perché certa critica di destra sentisse l’esigenza di attaccare Pasolini in modo greve e personale, “giocando”, ad esempio, con le iniziali del nome e chiamando il regista Pipì.
Cosa li turbava del film? Quale pericolo vi avevano visto che oggi facciamo fatica a riconoscere? 

Perché “L’Osservatore Romano” definì il film «tra i più sordidi e laidi che mai si siano visti»? Forse perché il protagonista del film è un povero Cristo, un Cristo umile e periferico?