domenica 1 dicembre 2013

Camorra export

La Gomorra di Barcellona di Joan Queralt pubblicato in Italia dagli Editori Internazionali Riuniti è un saggio sulla presenza della criminalità organizzata italiana (nello specifico la Camorra) a Barcellona.

Un testo lucido, documentato, che rivela come l’Autore abbia una precisa conoscenza non solo della realtà spagnola, ma anche di quella italiana.
Conoscenza delle vicende italiane necessaria, non solo perché la Camorra (così come la si conosce) è “made in Napoli”, ma perché il filo doppio che lega i camorristi operanti a Barcellona con quelli rimasti in Italia non si è mai spezzato e quanto avviene sulle sponde italiane del Mediterraneo ha effetti su quelle spagnole e viceversa.
Un legame, quello tra Spagna e Italia che ha origini antiche, se è vero che la Camorra (quella storica) nasce in Spagna e viene esportata a Napoli durante il periodo in cui gli spagnoli regnarono nel Sud Italia.


Un libro, quello di Queralt che, non solo descrive i misfatti perpetrati in Spagna dai camorristi napoletani, ma “mette in dito nella piaga”, spiegando assai bene come le attività illegali dei camorristi proliferino grazie alla complicità di una serie di persone legate al mondo imprenditoriale, economico, finanziario e politico.
Una “complicità” senza la quale non sarebbe possibile per i camorristi radicarsi nel territorio e trasformare il “denaro sporco” ricavato con le loro attività illegali, in “denaro pulito” da far circolare nell’economia legale.
Intrecci, quelli tra mondo criminale e il resto della società, tanto stretti che è diventato difficile tracciare un confine netto proprio tra ciò che è finanziariamente illegale e ciò che è legale, complice anche la mancanza di regole ferree voluta da coloro che praticano il liberismo economico più sfrenato.

Intrecci nati per varie ragioni, tra le quali il fatto che, nel mondo globalizzato di oggi, l’economia legale ha sempre più bisogno, se vuole essere competitiva, dei soldi provenienti dall’economia illegale.
A beneficiare degli illeciti, dunque, non sono solo i camorristi…
Ciò, spiega, anche il perché spesso la politica non adotti seri provvedimenti per contrastare il crimine: ne è - in tutta Europa - complice e beneficiaria. 
Nei casi “migliori”, invece, semplicemente sottovaluta i rischi, pensando che le attività della criminalità organizzata siano davvero pericolose solo quando lasciano cadaveri sulle strade. Una posizione miope che rischia di compromettere anche le azioni di quanti (e sono tanti), specie dalle fila della magistratura, combattono contro tutte le mafie.

Ma il crimine organizzato potrà essere davvero sconfitto, avverte l’Autore, solo quando la società tutta (e non solo la magistratura) si mobiliterà contro le attività criminali, diventando intollerante di fronte a tutti gli atti (piccoli e grandi) illegali e smettendo di comprare quei beni e servizi (dalle sigarette di contrabbando al traffico di esseri umani) venduti da camorristi e affini.
Un cambiamento di mentalità, una presa di coscienza che non può non essere collettiva.

Ma, avverte l’Autore, bisogna agire subito, prima che i confini tra lecito e illecito svaniscano del tutto e la democrazia così come la conosciamo venga soppiantata da regimi ai cui vertici staranno saldamente i boss della malavita.

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