martedì 9 aprile 2013

Il male come via di Salvezza

Pubblicato a metà degli Anni Settanta, Gli ermellini neri di Michele Prisco (1920 - 2003) è un romanzo importante che merita un’attenta lettura.
In esso, Alvaro Surace, il protagonista, racconta il suo viaggio di liberazione. Liberazione dalle costrizioni della morale borghese. Liberazione dal conformismo e dalla negazione di sé che la società e il cattolicesimo conventuale vorrebbero imporgli.
Per arrivare a tale traguardo, Alvaro sceglie la via del Male. Di ciò che agli occhi dei benpensanti e dei moralisti, è il Male.
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Attenzione: nella recensione si fa riferimento al finale del romanzo.
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Alvaro inizia la sua ribellione con il rinnegare un destino che era stato scelto per lui dai suoi genitori (quello di diventare prete) e termina con il doversi nascondere dalla Giustizia (umana) che lo cerca in quanto lo accusa di un reato di difficile dimostrazione quale era (quando esisteva) il plagio.
Un viaggio, il suo, che è un’autoaffermarsi anche, forse, a scapito di chi gli sta vicino. La sua realizzazione, infatti, passa dall’essere non solo padrone di se stesso, ma anche padrone (sessualmente parlando) di due altre persone: la signora Stella (sua collega e sua affittuaria) e il figlio di lei, Simone. Entrambi, prima l’una e poi l’altro, diventano amanti e schiavi sessuali di Alvaro. Entrambi lo amano e gli si sottomettono per amore (anche se non riamati).
Entrambi vengono spinti da Alvaro a scavalcare i limiti del consentito: il “diabolico” Alvaro, li spinge, infatti, l’uno tra le gambe dell’altra.
Entrambi sembra non dover trarre vantaggio dall’incesto, ma Alvaro riferisce che, dovendo descrivere i fatti che hanno portato alla denuncia per plagio, ha finito con il raccontare solo i momenti negativi vissuti dai due amanti dopo che i limiti erano stati superati, a scapito dei momenti positivi che li rendeva una sorta di sacra famiglia.
E, forse, Alvaro non mente, se è vero che è Stella a svelargli che, su di lui, pende una denuncia anonima, consentendogli, in tal modo, di darsi alla macchia.
Denuncia presentata da colui che è una sorta di contro-Alvaro: un collega, di cui non si dice il nome, che narra (anche lui in prima persona) una parte della vicenda: quella che lo porta a indagare su Alvaro e i suoi “misfatti” per tentare di capire quali possano essere le radici del Male e perché un uomo (Alvaro) abbia deciso di scegliere la via del Male e non quella del Bene (cui pure era stato destinato).
Un uomo (il collega) che si dice ligio alla morale cattolica e borghese e che inorridisce di fronte ai (mis)fatti (sessuali) di cui i tre (Alvaro, Stella e Simone) si fanno protagonisti. Fatti che interrompe denunciando Alvaro per plagio, in quanto convinto che né Stella (di cui è innamorato), né Simone possano aver davvero voluto ciò che hanno vissuto.
Due voci diverse, dunque, quelle che si sentono nel romanzo (quella di Alvaro e quella del contro-Alvaro) e Michele Prisco pare non prendere parte per nessuna delle due. Il titolo del romanzo, però, sembra, a chi scrive, parlare da solo: gli ermellini sono il simbolo della purezza. Il loro essere (nel titolo) neri, potrebbe proprio indicare che il Male è stato fatto con purezza. In altri termini, i protagonisti del triangolo hanno vissuto senza colpa e non stupisce, quindi, se Alvaro, per primo, si dichiari innocente di fronte a chi lo accusa di plagio. «Sì, per quel che mi riguarda, sono tranquillo» afferma in modo definitivo (la frase, infatti, è l’ultima del romanzo) e si è tentati di credergli...
Piace concludere dicendo che l’Autore descrive assai bene gli ambienti sociali e familiari in cui Alvaro si muove e ha una padronanza della lingua italiana assoluta che gli consente di entrare in profondità nella psiche del suo protagonista.
Un libro, Gli ermellini neri, da riscoprire.
 

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