Un guazzabuglio musicale

Nel 1931 Aldo Finzi compose, su libretto di Carlo Veneziani, l’opera in tre atti La serenata al vento che, anche a causa della promulgazione da parte del regime Fascista delle leggi razziali (Finzi era ebreo), non vide mai la luce.
Ieri sera, grazie alla Jerusalem Foundation e ai suoi partners, l’opera è stata rappresentata per la prima volta in assoluto sul palcoscenico del Teatro Donizetti di Bergamo.
Va detto che La serenata al vento è una gioviale presa in giro di tutti quei fatti inverosimili che si possono vedere nelle opere della tradizione lirica: scambi di persona, agnizioni, fulminei innamoramenti... Il risultato complessivo, però, non sembra ben riuscito, perché se l’intento del librettista era presumibilmente ironico, lo spettatore moderno resta piuttosto freddo di fronte all’andamento della trama.
Ciò avviene anche perché, musicalmente parlando, l’opera è un po’ caotica e non avvince l’ascoltatore al primo ascolto.
Non ha facilitato neppure la piuttosto brutta messinscena del regista Otello Cenci che, muovendo dall’intento ironico e “metateatrale” di cui si è detto, ha ambientato la vicenda in un teatro: gli interpreti si muovono su una pedana circondati da oggetti di trovarobato teatrale. Ciò facendo, però, ha forse tolto mordente all’intento ironico degli autori.
Per quanto attiene agli interpreti, infine, va detto senza reticenze che essi non sono stati bravi né come cantanti (in quanto si faceva davvero fatica a sentirne le voci), né come attori.
Il risultato complessivo è stato quello di avere la sensazione di stare assistendo a un guazzabuglio musicale. Sensazione non piacevole.
Il pubblico presente in sala, al calar del sipario, si è diviso tra quanti hanno applaudito (forse alle intenzioni) e quanti hanno espresso (senza troppi strepiti) il loro malumore.
Un’occasione persa.

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