La cultura non si finanzia a spese della cultura


Parto da quanto scritto da Pierluigi Battista su “Style” di questo mese. Il suo articolo Muore Pompei trionfano i premiucoli mi è sembrato di una pochezza preoccupante.
In poche parole, il noto giornalista propone, muovendo da quanto considerato da Giorgio Israel, di sopprimere premi, festival, fiere ecc. a favore del mantenimento dei nostri beni culturali. Alla lettera l’editorialista del “Corriere della Sera” scrive:
Se un festival in meno liberasse risorse per qualche restauratore in più, per una manutenzione più accurata, per un controllo più minuzioso della cultura nazionale?
Una domanda, quella di Battista, che crea sconcerto per più di un motivo.
Innanzitutto la protosta sottintende il fatto che tutto quanto si faccia oggi in nome della cultura, non sia affatto un’azione culturale, ma, quando va bene, un piacevole diversivo, un balocco costoso per chi produce e chi consuma l’evento. Solo il passato sarebbe cultura. Una sciocchezza che si commenta da sé.
Il giornalista, poi, sembra ignorare che ciò che propone di sopprimere, spesso è un forte richiamo turistico per moltissimi paesi del nostro territorio, con quello che questo significa per le economie di quei medesimi luoghi.
Non si nega che ci possano essere sprechi anche nella creazione di tali eventi culturali, ma si deve intervenire là dove gli sprechi vengano ravvisati e non sull’intero settore!
Inoltre, Battista finge di non sapere che la produzione di cultura è la vera anima di un Paese ed essa non va uccisa in nome del mantenimento della cultura già prodotta! Sarebbe come dire che in nome di quanto scoperto finora nel campo della medicina, si togliessero i finanziamenti alla ricerca scientifica!
Inutile dire, invece, che andrebbero tagliati gli sprechi, i privilegi e le spese assurde che lo Stato si impegna a fare in nome non si sa bene di chi e di cosa. Che dire, ad esempio, di certe folli spese militari? E di altre e più vergognose spese di “rappresentanza” di certi rappresentanti del popolo?
Ma la verità è ben altra. Oggi in Italia (a differenza di quanto accade in altri paesi europei) non ci si preoccupa di finanziare il mantenimento della cultura (e meno ancora la produzione di cultura) perché la cultura – a chi oggi decide in Italia – fa paura. Fa paura perché la cultura è identità forte, perché è pensiero critico, è libertà.
Ciò detto, bisogna agire in fretta sia per salvare il nostro patrimonio culturale, sia per alimentarlo con nuova linfa. Lo impongono (a dispetto di quanto va assicurando il Ministro Sandro Bondi) le cronache di questi giorni. Lo impone il rispetto per l’umanità presente e futura.