Barbarica: le opere di Battarola dialogano con la scrittura di Fenoglio


Inaugurerà sabato 11 febbraio nella ex Chiesa della Maddalena a Bergamo BARBARICA: la mostra costituita da opere e disegni di Sergio Battarola, su progetto di Nicoletta Prandi, posta a corredo dell’esposizione riflessioni sul libro La Malora di Beppe Fenoglio in occasione della 90° anniversario della nascita (1° marzo 1922).

Sabato 11 Febbraio  alle ore 17.00 in via Sant’Alessandro n. 39 la mostra aprirà le porte e resterà a Bergamo fino al 4 marzo, prima di approdare in altre città italiane. Il titolo che la giornalista Nicoletta Prandi, curatrice del progetto, ha scelto vuole sottolineare il profondo legame che unisce la poetica di Battarola a quella di Fenoglio, entrambi testimoni di realtà rurali, spesso dure, ruvide, ma sempre veraci. L’artista e lo scrittore conducono la loro indagine nella realtà di provincia, descrivendo con linguaggi affini, straniati e atemporali, la violenza della vita quotidiana che mette a nudo la bestialità umana, da intendersi come intenso attaccamento alla vita e disperato istinto di sopravvivenza.

Date successive: 13/29 aprile 2012: Fondazione Toniolo di Verona; 10 giugno/30 settembre 2012: Museo Etnografico Val Trebbia di Bobbio; 10/30 novembre 2012: Associazione Artisti Bresciani, Brescia; Settembre 2013: Alba, Coro della Maddalena; Dicembre 2013: Milano, Teatro Elfo Puccini

L'evento prevede non solo la mostra di uno degli artisti bergamaschi (è nato e vive a Bariano) che più sanno fare delle proprie radici e del “ romitaggio” rurale in cui vive la base di una ricerca straordinariamente nuova, intessuta di ruvidezza e sacralità, ma anche due letture tratte dalla Malora (a cura di Damiano Grasselli) e la probabile presenza della figlia dell’autore, Margherita, che inaugurerà l’esposizione.

Le opere: 33 disegni (40x60) completamente inediti dell’artista bergamasco, accanto ad una decina di grandi sculture in legno a sottolineare lo stile antiretorico e “barbarico” di Fenoglio. Lo stesso che gli procurò l’accusa di aver tradito i valori della Resistenza. Un lavoro aspro ed inventivo quello di Battarola che continua in quella volontà “testarda” di scavare nella realtà e nell’animo umano alla ricerca dei legami con il mito e con la terra contadina. Per riuscire, come Fenoglio, nell’impresa epica di dar voce al silenzio, al dolore, alla fatica ed alla violenza. La miseria di un mondo fatto di nebbie, dove la Langa, terra “... porca, che ti taglia la pelle a montarla prima che a lavorarla ...” diventa anche metafora dei rapporti umani spietati che oppongono gli uomini là dove è “bestiale” e gramo tirare avanti. Brutalità e bellezza, barbarie, paura e poesia, declamando un “gusto” di vita che si ritrova non solo nella tipicità del retroterra piemontese, ma in tutti i luoghi dove i paesaggi influiscono così profondamente su chi li vive. Arcaico e straniato il linguaggio di Fenoglio che ci racconta di morte, religione e continue, angoscianti separazioni forzate, così come quello di Battarola, capace di rendere i gravami delle povere storie quotidiane, icone di un universo dove la terra forgia gli uomini. Un modo anche di recuperare l’identità territoriale, fuori dai limiti imposti dalla geografia.

Iniziative collaterali: verrà proiettato il film Il figlio di Amleto di Francesco Gatti (distribuito dalla Quarto film – produzione Giovanni Maderna) dedicato all’artista, che prevede anche una sorta di faccia a faccia con Giovanni Testori proprio sul tema della spiritualità e dell’identità territoriale contadina.

Sergio Battarola (1955). Nato a Bariano nel 1955 e diplomatosi all’Accademia di Brera, Sergio Battarola si è rivelato all’attenzione del pubblico e della critica nel 1989, con una mostra di 33 disegni presentati da Giovanni Testori alla Compagnia del Disegno di Milano. Da allora ha tenuto  mostre personali in diverse città italiane. Nel1998 hadipinto il grande fondale “Il trionfo della morte” in occasione dello spettacolo teatrale “I rifiuti, la città e la morte” di R.W. Fassbinder per la regia di Elio De Capitani e Ferdinando Bruni al Teatro dell’Elfo di Milano. Innumerevoli i critici e gli intellettuali che hanno scritto di lui, tra cui Giovanni Testori, Gesualdo Bufalino, Giorgio Celli, Erri De Luca, Cardinal Luigi Ravasi, Flavio Arensi, Ermanno Olmi, Roberto Mussapi, Luca Doninelli, Elio de Capitani, Rosita Copioli e tanti altri. Importante il lungometraggio “Il figlio di Amleto” per la regia di Francesco Gatti, protagonisti l’artista e lo stesso Testori, presentato a numerosi festival italiani e stranieri tra cui quello di Locarno. (www.battarola.it)

Beppe Fenoglio (1922- 1963). Lo scrittore nasce ad Alba (CN) l’marzo 1922 e muore il 18 febbraio 1963 aquarantun’anni non ancora compiuti. In ottemperanza alle sue volontà la cerimonia -a cui partecipa anche Italo Calvino- è di estrema sobrietà. Una vita breve, che non gli ha impedito di diventare uno dei protagonisti della letteratura italiana, con le sue opere: Il partigiano Johnny, Una questione privata, I ventitre giorni della città di Alba, La paga del sabato, Primavera di bellezza, Diciotto racconti, Un giorno di fuoco, L’imboscata, Appunti partigiani. Una voce inconfondibile ed isolata del Novecento italiano, che ancor oggi si fa ascoltare con forza, nonostante l’immagine di “appartato” e “provinciale” rispetto a Cesare Pavese. Scrittori entrambi molto piemontesi, visceralmente legati alle radici ed alla loro precisa e delimitata geografia territoriale, che però riescono a “scollinare” guardando oltre, attraverso la qualità insuperata ed il livello straordinario della scrittura. Una vita intensa ed anticonformista la sua, giocata tra l’immancabile sigaretta e l’epica di un continuo rimando tra il furore dello scrivere e l’attesa della morte.

La malora …quando la geografia diventa destino. Pubblicato nel 1954 il romanzo La malora è una storia elementare e barbarica di fatica e silenzi, dolore e violenza, in cui i rapporti umani sono ridotti a nuda spietatezza. Un racconto “lungo”, ambientato nelle Langhe, che ci mette davanti il dramma della miseria contadina con stile scarno e antiretorico, usando una lingua di fortissima tensione. Uno scrivere “barbarico” e violento -che inizialmente ottiene duri rilievi da parte di Elio Vittorini- rivelandosi invece di straordinaria efficacia, tanto che l’incipit «Pioveva su tutte le langhe, lassù a san Benedetto mio padre si pigliava la prima acqua sotterra» è considerato oggi uno dei più emozionanti della letteratura italiana. Beppe Fenoglio, dopo le crisi di sfiducia sulle sue capacità letterarie, seguita alla pubblicazione de La malora scrive nel suo diario: «... da dove sono seduto vedo un gran tratto di Langa, da Sant’Antonio a Cigliè. Osservo ad una ad una le casine che vi stanno, quale sulle creste e quale emergente appena con i tetti dai rittani ed una balsamica sicurezza mi pervade alla certezza che in ognuna di esse può benissimo viverci una famiglia Rabino ed una Braida. Compenso dell’atroce crisi di rabbia che mi ha intossicato in questi ultimi giorni». Il dialetto -usato in tutto il testo come forma vera ed interna di ciò che l’autore prova- si inserisce su un impianto semplice, progredendo sino alla maturità del protagonista Agostino, in un passato quasi astorico. Perché l’autore riflette grevemente sulla sofferenza ed il male che pesano addosso agli uomini, non solo in quel determinato contesto storico, ma per sempre accumunati da quel destino incombente che ci fa essere indistintamente «agnelli in tempo di Pasqua». Una storia che ci permette ancor oggi (in modo particolare nel clima odierno, gravido di crisi ed incertezza) di andare oltre, per capire meglio il mondo. Superati i confini della territorialità, dell’identità contadina e di un ciclo storico che pare definitivamente chiuso, c’è il soffrire dell’uomo. Spesso schiavo di una condizione non voluta.

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