L'esordio di Sherlock Holmes


Pubblicato nel 1887, Uno studio in rosso di Arthur Conan Doyle è il primo romanzo in cui compare il personaggio di Sherlock Holmes. Oggi, forse, l’interesse che suscita tale libro nei lettori è dovuto soprattutto al fatto che Watson, nella prima parte, vi descrive ampiamente l’amico appena conosciuto. Chi, quindi, volesse sapere come Sherlock Holmes si presenta ai lettori, al di là di come esso appare nei molti film che lo vedono protagonista, non può non leggere Uno studio in rosso.
E va detto che le sorprese sono molte, dato che l’idea che di Sherlock Holmes molti hanno è generata proprio da tanti vecchi film che ne fanno un personaggio a volte assai distante da quello immaginato dal suo Autore.
Vale la pena, dunque, vedere come appare Sherlock Holmes al suo esordio sulla scena letteraria.
Egli viene descritto come una persona piena di contraddizioni. Ad esempio è contemporaneamente assai ignorante (tanto da non sapere che la Terra gira attorno al Sole) e molto competente in poche ed “eccentriche” materie. Eccelle, infatti, nella “letteratura poliziesca”, al punto da conoscere i particolari di “tutti gli orrori” commessi nel suo secolo e ha profonde “nozioni” in chimica. È “abilissimo nel pugilato e nella scherma”, ma si definisce “il più incurabile pigrone che mai abbia calzato scarpe”, tanto che i casi, quando può, preferisce risolverli non uscendo dal suo salotto.

Ha una mente cinicamente scientifica e abitudini tranquilli e regolari. A differenza di Watson, si alza presto e fa colazione appena sveglio. Si ritira per la notte alle 22. 
Alterna momenti di grande lucidità ad altri in cui appare assente e come in preda a stupefacenti. In tale primo romanzo il dottor Watson smentisce la propria stessa ipotesi che Holmes sia tossicodipendente, affermando che conduce una vita troppo “sobria” per poterlo essere. Ma Il segno dei quattro (secondo romanzo della serie dedicata all’investigatore, edito nel 1890) inizia proprio con una scena in cui Holmes si inietta cocaina “in una soluzione al sette per cento”. E Watson sottolinea che tale scena si ripete identica tre volte al giorno da molti mesi... (Solo negli ultimi racconti pare che Watson riesca a convincere Holmes a smettere di far uso di droghe)
Altre caratteristiche di Holmes: è alto più di un metro e ottanta e, a dispetto del suo essere un pugile provetto, sa essere molto delicato quando maneggia “i suoi fragili strumenti”.
Si diceva che l’interesse del romanzo sta soprattutto nel fatto che in esso vi compare la prima descrizione di Holmes. Per il resto, va detto che qui l’investigatore privato gareggia con ben due ispettori di Scotland Yard (oltre al solito e ben noto Lestrade, infatti, c’è anche Gregson: una coppia che non brilla per sagacia...), e che il libro è diviso nettamente in due: la prima parte affidata ai ricordi di Watson, mentre la seconda è narrata direttamente dall’Autore che ricostruisce avvenimenti accaduti a partire da una trentina di anni prima che si verificasse il duplice omicidio descritto nella prima parte. 
Una lunga digressione che muta il “genere” del romanzo: da poliziesco, esso diventa più prossimo a quelli ambientati nel Vecchio West americano, con tanto di pionieri e mormoni. Una digressione che si suppone atta a far nascere, nel lettore, una sorta di “simpatia” nei confronti dell’assassino che agisce mosso da sentimenti di vendetta e di “giustizia”... E non è, molto probabilmente, un caso che l’Autore decida di far morire di un colpo al cuore l’assassino, prima che egli possa essere giudicato da un tribunale...
L’ultima brevissima parte è nuovamente affidata ai ricordi di Watson che spiega come Holmes sia riuscito a sciogliere la matassa (Una matassa ingarbugliata era il titolo del romanzo nelle copie manoscritte) e risolvere il caso.
Un romanzo che, tutto sommato, risulta ancora di piacevole lettura.