VOGLIA DI RISCOPRIRE IL MONDO LÀ DOVE SI ERA FERMATO


Bergamo, 14 ottobre, Auditorium LAB 80. 
In sala volti dalle espressioni un po’ forzate, accentuate da qualche movimento troppo teso e frettoloso, scorci di fisionomie segnate dalle “fatiche della mente”.
Accanto a loro in platea vi sono anime abituate a stare accanto a queste sensibilità sottili: sono gli attori quotidiani (pazienti ed educatori) di una vita concreta che si relaziona al mondo con l’etichetta di “salute mentale”.
L’occasione è quella della presentazione, in prima nazionale, del film documentario L’Orizzonte del mare. Un viaggio nelle buone e nelle cattive prassi in psichiatria, promosso dall’Associazione Liberamente di Lovere (Bg) e da Arci Bergamo: frutto del lungo lavoro di Maurizio Salvetti e diventato testimonianza grazie al contributo di Fondazione Cariplo, la regia di Fabrizio Zanotti, il supporto di Beatrice Catini come Comitato Scientifico.
Protagonista è Massimo che accompagna Salvetti su e giù per il Belpaese alla ricerca di testimonianze capaci di avvicinarci al problema delle prassi adottate in psichiatria.
Le luci si abbassano, la pellicola prende il via.
Massimo ci appare in una giornata di pioggia avvolto da alcuni schizzi, accompagnato dal moto irregolare di un vaporetto a Venezia. E’ nella città lagunare perchè da lì, dall’Isola di San Servolo, con Salvetti andrà alle radici della psichiatria italiana. Dopo qualche fotogramma capiamo come il tema si leghi alla vita di Massimo, di come lui sia una di quelle “sensibilità fragili” presenti in sala, un paziente con problemi psichiatrici conosciuto dall’autore  molti anni prima.
Dalle origini della pischiatria italiana il documentario ci porta a quelle del percorso di Salvetti datate 1997 quando Maurizio, nel corso del servizio civile, da un’angusta stanza simile a quella dei malati ospitati presso il Centro di Salute Mentale di via Borgo Palazzo a Bergamo (ex manicomio) cominciò ad aprire gli occhi, vedere, filmare le pratiche di costrizione del corpo dei malati.
In quel luogo i tempi di ognuno erano scanditi dalla struttura, le persone  private di qualsiasi oggetto personale e soprattutto delle proprie abitudini: tutti obbligatoriamente standardizzati, uniformati e spersonalizzati anche nei gesti più naturali come fare la doccia o nustrirsi.
Nel marzo ’98 si scelse di non fare un uso mediatico della “sofferenza”, ma il materiale fu consegnato alla magistratura che vi lavorò e portò alla chiusura della struttura e al recupero dei pazienti entro realtà più attente alle loro problematiche.
I “malati di via Borgo Palazzo” ritrovarono il sorriso grazie a ippoterapia e una normale vita quotidiana: cambiamento ed equilibrio dimostrarono l’artificio del paradigma dell’irrecuperabilità del paziente. I nuovi ospiti delle comunità recuperarono il vivere civile e il concetto di tempo.
“Qualcuno filmò il nido del cuculo”, e qualcosa cambiò.
Tappa irrinunciabile del documentario è poi Trieste dove il celebre medico Basaglia fu il primo ad aprire le porte dei “manicomi” e con questo gesto a ridare dimensione di politica e di cittadinanza a chi vi fosse rinchiuso. Un’apertura fisica, mentale, sociale che portò i malati al recupero delle esperienze e alla curiosità verso la vita; l’Italia ad un cambiamento epocale.
La chiusura è riservata a Massa Carrara dove le buone prassi ci fanno incontrare una vera donna di speranza. Si tratta della presidentessa- socia - paziente di una cooperativa di malati psichici capaci di fondare prima un gruppo prima Auto Mutuo Aiuto e poi, appunto, una cooperativa sociale fortemente impegnata in attività terziarie sul territorio.
Senza pietismi, senza zucchero o melassa il filmato riesce a comunicare in modo chiaro anche al pubblico non esperto, lasciando allo spettatore le “chiavi per capire” e proseguire il viaggio con la voglia di riscoprire il mondo là…dove si era fermato.