Egoisti in cerca di affetto


È un susseguirsi di scene brevi La malattia della famiglia M. di Fausto Paravidino (anche regista e interprete) nelle quali i personaggi sono impegnati in dialoghi pieni di significato che, al contempo, fanno progredire la vicenda verso la “catastrofe” e aiutano a delineare meglio il carattere del personaggio che li pronuncia.

Un testo, dunque, in cui il dialogo (veloce e non esente da battute ironiche, quasi aspre) è tutto, tanto che i luoghi in cui i personaggi si parlano sono definiti da una panchina (che funge anche da studio del medico) e dal tavolo dalla cucina di casa M., ovvero luoghi in cui si sta seduti e, appunto, si parla.

Non è un caso, quindi, che l’unica scena in cui l’azione ha il sopravvento (quella della scazzottata tra Fabrizio e Fulvio) sia, non solo raccontata in flashback, ma anche agita dagli attori al rallentatore (dunque in qualche modo visivamente isolata dal resto).
Resta il fatto che, anche in questa “scena d’azione”, ciò che emerge è il dialogato che, apparentemente, contrasta con l’agito: infatti, mentre Fulvio picchia Fabrizio, ci tiene verbalmente a rinnovargli la propria amicizia. Come dire che la scazzottata era “un atto obbligato”, in quanto Fabrizio ha tradito la fiducia di Fulvio corteggiandone la fidanzata, ma, al di là di quanto dovuto per pareggiare i conti, l’amicizia tra i due è solida e duratura.

I personaggi della pièce di Paravidino, dunque, parlano molto e sembrano chiedersi sempre la stessa cosa: ovvero chiedono agli altri se sono oggetto d’affetto. Un affetto che è cercato negli altri, ma forse mai dato agli altri. A parte, infatti, il personaggio della sorella maggiore che dimostra con atti concreti l’affetto (la pietas) che prova nei confronti dei suoi familiari (prendendosi cura del padre malato), gli altri personaggi sembrano incapaci di dare affetto, di agirlo, in quanto chiusi nel loro egoismo. E, forse, tale incapacità di agire l’affetto è proprio la causa del fatto che se ne parli costantemente.

Un’incapacità di uscire dall’egoismo che pare essere la malattia di cui soffrono gli appartenenti alla famiglia del titolo. Una malattia di cui è quasi l’incarnazione il padre; malato di una malattia mai dichiarata ma che lo porta a voler essere il centro dell’attenzione altrui.

Un bel testo, quello di Paravidino, che è supportato da un cast di bravi attori molto affiatati tra loro. Vale la pena ricordarne i nomi: Iris Fusetti (Marta) Jacopo-Maria Bicocchi (Fabrizio), Emanuela Galliussi (Maria), Nicola Pannelli (il padre), Fausto Paravidino (Gianni), Fausto Maria Sciarappa (il dottore) e Pio Stellaccio (Fulvio).

Applausi calorosi e meritati. Spettacolo da vedere.