Non c’è posto per me tra gente corrotta

Il Misantropo di Molière per la regia di Massimo Castri è uno spettacolo di un’attualità sconcertante. Infatti, il misantropo del titolo è tale perché si rifiuta di adeguarsi all’andazzo di una società corrotta, pettegola (oggi si direbbe gossippara), ipocrita e bigotta. Alceste (il misantropo), infatti, è un uomo che non si adegua e che preferisce l’isolamento, piuttosto che scendere a dei compromessi tutt’altro che onorevoli. Inutile dirgli che così va il mondo: lui segue la sua strada, costi quel che costi. Una dirittura morale che gli costerà cara: i potenti corrotti, infatti, non perdonano coloro che intralciano il loro cammino. Alceste, però, nonostante la guerra che gli muove contro la società, resta un uomo specchiato.
Lo spettacolo di Castri basa la sua riuscita su due elementi: la bravura degli interpreti e il forte simbolismo della scena di Maurizio Balò.
La scena con gli specchi sollevati
 

Quest’ultima è composta da una sessantina di specchiere che riempiono le quinte e il fondale. Specchi che riflettono gli attori. Specchi in cui essi raramente si specchiano. Neppure Alceste (l’uomo specchiato di cui si è detto) usa gli specchi per studiare con franchezza la propria immagine. Una scelta che ha un senso che si scopre solo all’ultimo atto, quando la verità viene alla luce con il disvelamento del carattere “leggero” e ingannatore di Célimène, la donna amata da Alceste.
Gli specchi, durante tale scena, infatti, sono a mezz’aria e lasciano nude le pareti che finora hanno coperto. Lo specchio, quindi, pare di capire, in una società corrotta non ha più la sua funzione svelatrice, bensì quella di ingannare. Una doppia funzione, quella svelatrice e quella di ingannatrice, che ogni specchio possiede in sé: svela i difetti di chi in esso si osserva con franchezza, ma inganna la vista di chi lo guarda di sfuggita e può essere indotto a pensare che ciò che in esso si riflette non sia un riflesso, ma un oggetto vero (e non è un caso che spesso si usi uno specchio per dare l’illusione che un ambiente sia più grande di quanto in effetti è).
La società corrotta in scena nel Misantropo è, quindi, una società che crede vero ciò che si riflette negli specchi: immagini levigate che però, in realtà, nascondono nature infami. Specchi che schermano, quelli della regia di Castri. Specchi che potrebbero benissimo essere sostituiti da odierni schermi televisivi che rimandano a chi li guarda immagini falsate della realtà: immagini levigate e senza sbavature. Stirate come abiti da cerimonia.
Per quanto attiene, invece, la bravura degli interpreti, va detto che nei panni di Alceste c’era un grande Massimo Popolizio, affiancato dagli ottimi Graziano Piazza (nel ruolo del suo amico Filinto) e Federica Castellini (Célimène). Assai bravi tutti gli altri.
Spettacolo da vedere.

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