Goldoni recitato dai pupi

La locandiera di Carlo Goldoni per la regia di Elena Bucci è uno spettacolo tutto sommato piacevole che, però, non convince pienamente.
Si vede che sotto c’è un pensiero, ma tale pensiero, forse, è troppo in contrasto con quello goldoniano - che, si ricordi, era motivato dalla volontà di riformare il teatro, andando verso la creazione di personaggi a tutto tondo che fossero in grado di sostituire la tipicità delle maschere - per essere davvero fatto proprio con leggerezza.
Ecco, allora, che, per restare in tema, la locandiera protagonista dell’omonima pièce smette, nel testo dell’Autore veneziano, di essere una “servetta” e diventa una donna. Una donna moderna, in grado di decidere, comandare, architettare. Una donna goldoniana, si vorrebbe scrivere semplicemente. Una donna che si trova a doversi confrontare con tipi inconsueti, alcuni un po’ macchiettistici, ma pur sempre pensati come dei personaggi: ovvero come delle “entità” che hanno un passato pre-scenico, un presente scenico e, se lo si vuole immaginare, un futuro-post scenico.
Le maschere, invece, vivono in un eterno presente. Quello scenico. Quello che le rende immutabili. Arlecchino è per sempre Arlecchino, così come Brighella è per sempre la maschera che lo rappresenta, al pari della Servetta, e del Dottore...
La regia di Elena Bucci sembra ricorrere alle maschere, alle loro tipizzazioni, per incarnare i personaggi del testo. E così, ad esempio, il Marchese sembra un Dottore e Fabrizio un giovane Brighella. Tutti, poi, si rifanno, nella gestualità sempre più marcata, smaccata, al teatro dei pupi siciliani. Verso il finale dello spettacolo sembra proprio di assistere a uno spettacolo dei pupi.
Ciò detto, non si può evitare di pensare che la regia della Bucci sia davvero in contrasto con quanto voluto da Goldoni, come se la regista avesse voluto inscenare Goldoni come lo si sarebbe fatto in un teatro che ancora non avesse visto all’opera Goldoni e i suoi attori.
Si è detto: lo spettacolo, complessivamente, è piacevole. Perfino interessante per gli studi critici su Goldoni là dove si ricorre all’uso della cadenza dialettale per ricordare la provenienza dei vari personaggi: Ortensia e il Conte sono meridionali (di Palermo), Fabrizio è toscano... Le loro cadenze si sentono, risuonano e, in contrasto con la gestualità da pupi degli attori, fanno “verità”.
Meno chiaro, invece, l’insistito ricorso  al tipico suono di una barca che beccheggia e il conseguente ondeggiare degli interpreti. Un richiamo alla fine del mondo, al suo imminente affondare?
Per quanto attiene agli attori, convincono la Ortensia di Nicoletta Fabbri (tutta un gestire da teatro tragico settecentesco) e il motorio disappunto di Fabrizio (Roberto Marinelli). Poco in parte Elena Bucci (Mirandolina), in quanto non del tutto “servetta” (e, dunque, in contrasto con la linea registica fin qui delinata). In linea con le indicazioni della regista gli altri attori: Marco Sgrosso (il Cavaliere), Maurizio Cardillo (il Conte), Gaetano Colella (il Marchese) e Daniela Alfonso (Dejanira).