Gli assassini hanno le spalle coperte


In Ologramma con gatto nero Dante G. Munafò finge un’Italia futura. Un’Italia governata in modo violento da coloro che sbandierano come valori e ideali “la famiglia, la chiesa, la patria e l’ordine” e negano, di fatto, la libertà a coloro che non la pensano come loro.
Un’Italia omofoba, quella immaginata da Munafò, che, purtroppo, è assai vicina all’Italia di oggi: l’Autore, infatti, nel costruire letterariamente il futuro dell’Italia non ha fatto altro che estremizzare (portare, ovvero, alle estreme conseguenze) quanto oggi alcuni (troppi) politici nostrani non si vergognano di sostenere.
Ecco, allora, che l’Italia diventa uno stato teocratico e, di fatto, si allontana dalle democrazie europee in quanto nega ai suoi cittadini diritti fondamentali, come la libertà di vivere serenamente la propria sessualità, senza, per questo, essere discriminati.
Nell’Italia futura di Munafò la discriminazione contro gli omosessuali si è fatta legge e così, ad esempio, gli omosessuali non possono insegnare o diventare tutori della legge.
Un’Italia, quella di Munafò, che turba il lettore, proprio perché pericolosamente simile all’Italia di oggi.
In tale Italia si muovono i protagonisti del romanzo, implicati in un omicidio di cui è vittima un ex poliziotto. Un vero aguzzino omofobo che viene trovato sgozzato nel letto di un noto omosessuale, il quale, ovviamente, viene sospettato dell’omicidio.

L’indagine avrà degli sviluppi imprevisti e i probabili colpevoli non saranno incriminati, in quanto, dove regna la violenza, gli assassini hanno le spalle coperte.
Il romanzo prosegue alternando capitoli scritti in prima persona dall’omosessuale indagato e quelli scritti in terza persona nei quali compaiono gli altri personaggi.
Va detto che i capitoli redatti in prima persona sono quelli meno riusciti: in essi vi si legge, a tratti, una certa fastidiosa retorica che sfiora la prosa ritmica e che è ben lontana dalla felice mimesi del dialogato presente nei capitoli scritti in terza persona. La forza, infatti, di Munafò sta proprio nei dialogati, figli dell’arte del conversare tipica dei siciliani.
Un libro, dunque, che si muove con due velocità, ma che, ad ogni modo, merita di essere letto.