Un Rigoletto troppo lugubre

Ivan Stefanutti torna alla regia di Rigoletto di Verdi e ne fa uno spettacolo dai toni troppo lugubri: i vestiti della corte del Duca di Mantova tutti neri, mentre quelli del Duca, di Gilda e di Maddalena verde scuro. La scena immersa nel buio.
Un ambiente lugubre che forse non si addice pienamente al Rigoletto. La corte del Duca, ad esempio, è formata da persone scapestrate e lascive (a partire dal Duca stesso) che non esitano a rapire delle donzelle perché così detta loro l’umore. Un ambiente maschile presumibilmente di giovinastri che arriva anche a prendersi gioco di un uomo tradito dalla moglie (Ceprano), il quale non esita a scagliare una maledizione. Maledizione che non viene presa sul serio da alcuno, se non da Rigoletto che, invece, ne resta sconvolto (“Quel vecchio maledivami!”). Vestiti di nero, tali cortigiani assomigliano più a dei devoti luterani che a una “vil razza dannata” che ama divertirsi a spese altrui.
Inoltre, il lugubre non si addice del tutto alla natura musicale dell’opera che, invece, passa da momenti musicalmente spensierati ad altri disperati senza farsi frenare dalle distinzioni di genere.
In definitiva, la regia di Stefanutti (autore anche dei costumi e delle scene) non convince.
Musicalmente, invece, la direzione del Maestro Hirofumi Yoshida ha pienamente convinto, come convincenti sono state le prove di Tino Beltran nel ruolo del Duca di Mantova e di Linda Campanella in quelli di Gilda. Non soddisfacente, invece, Robert Hyman nel ruolo del titolo.
Accoglienza festosa del pubblico bergamasco al calar del sipario.

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