Le parole non sono sufficienti

Confrontarsi con i capolavori della letteratura non è facile.
Ugo Chiti ha voluto lavorare sulle Metamorfosi di Kafka e ha riscritto il capolavoro da un punto di vista alternativo, confezionando un testo teatrale davvero bello.
Al centro del testo di Chiti non c’è Gregor (come il testo originale), ma la domestica della sua famiglia il cui nome dà il titolo alla pièce: Le conversazioni di Anna K.
Anna è una donnetta del popolo con la parlantina facile, che non si ferma di fronte alle avversità della vita, ma le affronta con coraggio e determinazione tanto da essere in grado di superare l’orrore e la repulsione che, comprensibilmente, prova di fronte all’enorme ripugnante animale in cui si è trasformato Gregorio. Anzi, con il nuovo essere (l’autore non dice mai apertamente in cosa si sia trasformato il ragazzo, anche se si comprende essere lo scarafaggio kafkiano) Anna intraprende un lungo monologo, nella convinzione che l’ex ragazzo possa comprenderla.
Diversamente da lei, la famiglia d’origine di Gregorio, i Samsa, prendono via via le distanze da lui, affidandolo completamente alle cure della cameriera. Quando Gregorio morirà, per loro sarà come uscire da un incubo. Sarà l’inizio di una nuova vita. Anna, invece, continuerà a monologare con il morto fino a quando non lo getterà nel bidone dell’immondizia.
A mettere in scena il testo è lo stesso autore che decide di non mostrare mai l’animale in cui il giovane si è trasformato (così come non lo nomina mai nel testo), facendolo diventare una presenza ingombrante, proprio per la sua assenza visiva. È come se gli spettatori fossero costantemente chiamati a visualizzare il nuovo animale, anche quando esso non è al centro dei dialoghi dei personaggi che, invece, tentano di organizzare la propria vita domestica come se “lui” non fosse presente.
Chiti regista chiede allo scenografo Daniele Spisa un impianto scenico semovente: le pareti di casa Samsa si muovono per ridisegnare gli ambienti, per mostrarci le stesse camere da punti di vista differenti, da angolazioni diverse. È come se tutto, anche i muri, ruotassero attorno a un centro; il centro che non viene mai visualizzato: l’animale frutto di metamorfosi.
Dunque, personaggi e scenografia pongono il “problema” al centro, facendolo diventare un nucleo pesante attorno cui ruotano senza sosta e senza mai avvicinarlo davvero. È un circoscrivere, ma non un relazionarsi. In fondo, anche il monologare di Anna non è mai un serio tentativo di venire in contatto con l’essere, tanto è vero che è la stessa Anna, durante l’ultimo monologo con il morto, a rendersi conto di non aver mai toccato la “bestia”. Si è limitata a parlargli, ma è stata ben poca cosa, dato che la “bestia” non poteva rispondere. Solo nel contatto ci sarebbe stata la possibilità di uno scambio, ma il contatto è sempre stato evitato.
Chiti, quindi, non pare fare sconti: il diverso deve essere amato per quello che è, non limitandosi a un’accettazione di facciata, a parole. Le parole non sono sufficienti, specie quando il diverso non ha la possibilità di rispondere, di avere voce in capitolo, di avere una sua effettiva, visibile, presenza.
Chiti, attraverso la riscrittura di un capolavoro della letteratura che mette al centro la diversità, rende palpabile la discriminazione, l’annullamento del diverso, sia a livello visivo, sia verbale. Il diverso è colui che non ha diritto né di parola, né di visibilità. Una metafora della società odierna che emargina il diverso, quella di Chiti, così come lo era quella di Kafka nel 1915.
Nel ruolo di Anna una magnifica Giuliana Lojodice che è riuscita a caratterizzare il suo personaggio inventando una camminata dalla quale emerge la determinazione da donna del popolo capace di annullare un difetto motorio per dare l’impressione di essere sempre ben piantata sulle gambe. Una Lojodice che è un arcobaleno di sentimenti e di reazioni differenti, dalla ripulsa alla compassione.
Accanto alla Lojodice vanno segnalati almeno Massimo Salvianti (il padre di Gregorio), Lucia Socci (la sorella) e Giuliana Colzi (la madre).
Lunghi e meritati applausi al calar della tela.