Doppi e contrasti nell’Amleto di Pugliese

Spettacolo interessante l’Amleto di Shakespeare per la regia di Armando Pugliese. Regia che punta – sembra di capire – sul concetto del doppio e sul tema del contrasto.
I contrasti sono quelli della malattia e della sanità; della finzione e della realtà; della labilità e della concretezza.
Il doppio: quello della coppia Amleto e Orazio.
Partendo dal doppio, si dirà che la coppia di amici Amleto/Orazio si è, quasi sempre, presentata in scena assieme, quasi che Orazio fosse l’ombra o il testimone di Amleto.
Nel Primo Atto essi sono sempre (o quasi) sul palcoscenico. Un palcoscenico che è una stanza delle apparizioni: Amleto è allettato (è pazzo) e in preda alle visioni: gli appaiono, vestiti alla rinascimentale, i personaggi del dramma. Con loro interagisce lo stretto necessario, ma, soprattutto, assiste alle loro trame, ai loro complotti. Orazio guarda le reazioni dell’amico e annota. Orazio e Amleto sono vestiti in modo quasi identico: di bianco e privi dei pizzi e dei merletti tipici dell’abbigliamento rinascimentale (quello del tempo di Shakespeare e non quello nel quale l’Autore ha ambientato la pièce).
Nel Secondo Atto la presenza della coppia d’amici è, invece, funzionale allo svolgersi della tragedia ed essi, quindi, interagiscono appieno con gli altri personaggi. È sparito il letto ospedaliero rifugio per Amleto nel Primo Atto e la scena ha lasciato il campo a un arredamento solido e ottocentesco. La tragedia è dramma borghese: tutto si è concentrato all’interno della corte, vissuta come una grande famiglia allargata, costituita dall’unione delle famiglie di Amleto e di Ofelia. E non pare essere un caso, allora, che il finale dello spettacolo di Pugliese è tronco: termina con la morte del protagonista e non c’è il seguito. Non c’è spazio – sembra dire il regista – per il futuro al di fuori delle mura domestiche di casa Amleto (ogni riferimento alle mura del castello di Elsinore è eliminato dal testo per tutta la durata dello spettacolo).
Per quanto attiene ai contrasti, si dirà che il solido arredamento ottocentesco è stato messo in contrasto con la labilità della mente, non solo di quella di Amleto, ma anche di quella di Ofelia che – non è un caso – vive la sua pazzia all’interno di un grande armadio (e viene seppellita nel cassettone).
La pazzia che, per Amleto, non si sa fino a che punto sia finzione e fino a che punto realtà, fino a che punto malattia e fino a che punto sanità. Un’incertezza che percorre lo spettacolo come un basso continuo. Non è possibile, per lo spettatore, stabilire con esattezza quando Amleto finga e sia sano e quando, invece, sia pazzo realmente… A differenza di Ofelia, Amleto è ambiguo, ondivago. Ofelia, invece, soffre e la sua sofferenza è piena, concreta, palpabile come i mobili che la ospitano.
Nei panni di Amleto un capace Alessandro Preziosi (che – anni fa – fu Laerte in un Amleto con Kim Rossi Stuart per la regia di Antonio Calenda cui, in qualche modo, la regia di Pugliese rimanda). L’attore ha saputo mantenere costante l’ambiguità del suo personaggio, donandogli una fisicità che non è mai venuta meno neppure nei momenti di follia (aumentandone, così, l’ambiguità).
Con Preziosi vanno ricordati anche Ugo Maria Morosi (il consigliere d’inganni Polonio), Carla Cassola (un’intensa Gertrude) e Silvia Siravo (Ofelia).
Calda accoglienza per tutti al calar del sipario.