Ricordi e antichi sogni

Ricordi e antichi sogni.
Illusioni che a poco a poco finiscono. Non c’è altro. Non c’è realtà, non c’è verità, non c’è nemmeno vero dolore. Soltanto parole che dicono di speranze deluse, di stanchezza, di tempo perduto, di felicità che forse non c’è mai stata. Un intreccio di ombre perdute, piccolo mondo infinito nel quale sono svaniti i voli della mente e del cuore.
Zio Vanja, uno dei capolavori assoluti del teatro cechoviano, scritto nel 1897 e rappresentato per la prima volta nel 1899 al Teatro dell’Arte da Stanislavskij, porta in scena strani personaggi. A cominciare dall’omonimo protagonista, che ha consumato la sua vita ad amministrare la tenuta della sorella ormai morta, nella sperduta nell’arretrata provincia russa insieme alla nipote Sonja. A loro si affianca il dottor Astrov, appassionato difensore di foreste, che tanto rispecchia le esperienze di Cechov che per anni fu medico di campagna. L’arrivo della coppia cittadina composta da Serebrjakòv, professore in pensione e padre di Sonja, e dalla giovane moglie Elena rompe gli equilibri dei rapporti tra gli eccentrici ma operosi Vanja, Sonia e Astrov. Se l’accademico pieno di malanni irrita gli altri personaggi con il suo egocentrismo, la pigra bellezza di Elena risveglia in tutti desideri perduti e rivela a ognuno qualcosa di se stesso: Vanja scopre di essere vecchio e che la sua vita è finita, Sonja scopre che di essere brutta e che non sarà mai amata da Astrov, il medico a sua volta medita sull’inutile-improbabile senso della sua fatica giornaliera.
Sono figure labili, quelle viste sul palco del Teatro Donizetti (dal 12 al 17 gennaio) per la Stagione di Prosa 2009-2010, che popolano una scena quasi vista in lontananza, come in una vecchia fotografia.

Nata da un’idea di Roberto Tarasco, l’ambiente appare come uno spazio evocativo. Un agglomerato di tracce di vite passate: alberi e radici rinsecchiti che scendono dalla soffitta, un andare e venire di oggetti legati a ciò che si è stati e che non si è più - armadi, tavoli, tappeti, sedie -, accompagnati da una partitura di suoni fatta di richiami d’uccelli, parole smozzicate, canzoni a mezza voce, gli uni e gli altri simbolo di qualcosa che ormai se ne è andato, ma che ancora ci appartiene. Una messinscena in cui tutto risulta ovattato, attutito.
“I personaggi di Anton Cechov hanno già il disincanto di quelli di Beckett, ha dichiarato il regista Gabriele Vacis - ma se nell’autore inglese (visto a Bergamo in questa stagione con Giorni Felici) essi risultano sospesi in uno spazio astratto, nelle opere dello scrittore russo i personaggi vivono in una condizione che ha ancora un’oggettività, conducono una vita concreta e quotidiana”.
A far rivivere sulle scene questo testo intenso e ancora fortemente attuale è il Laboratorio Teatro Settimo, diretto proprio da Gabriele Vacis, che per l’occasione è tornato a lavorare con il suo consolidato gruppo di attori: Eugenio Allegri, Laura Curino, Lucilla Giagnoni e Michele Di Mauro.
Un cast che riesce a rendere, attraverso una sorta di vicinanza emotiva, un sottile reticolo di stati d'animo individuali senza cedimenti al sentimentalismo. Rinunciando a fornire un giudizio storico sui comportamenti dei personaggi, Vacis sottolinea soprattutto la differenza tra chi riesce a restare aggrappato al proprio equilibrio interiore, al ciclo delle stagioni, alla concretezza della terra (come il dottor Astrov o la balia), e chi invece è incapace di un progetto (come Vanja e la nipote Sonja), divorati da insicurezze e frustrazioni, o ancora di chi non sa porsi in relazione con l'ambiente (come il professore e sua moglie Elena). Caratteri, anime e segni che evidenziano come in un secolo, forse, poco sia cambiato nelle inclinazioni umane.