La Traviata e Mariella Devia

E' un’edizione de La Traviata che si ricorderà soprattutto per le voci e l’interpretazione (nella prima rappresentazione) del grande soprano Mariella Devia, quella andata in scena nell’ambito del Bergamo Musica Festival venerdì 2 e domenica 4 ottobre. L’Opera, che dopo la Linda di Chamounix al Teatro Sociale, ha inaugurato anche al teatro Donizetti la Stagione lirica 2009-2010, si ricorderà soprattutto per le voci. Devia è stata ineccepibile nelle estreme difficoltà richieste dal suo ruolo nel I atto; coinvolgente nelle effusioni intense e vivide – da soprano drammatico – del II atto; struggente nel III. Valido anche il resto del cast con il tenore spagnolo Antonio Gandia, ben sposato con la Devia soprattutto nei duetti, e ottima la prova del baritono Luca Salsi nel ruolo di Giorgio Germont, il padre di Alfredo, il motore di tutta la tragedia dei due giovani e di Violetta in particolare. Valutazione positiva e rassicurante per la Fondazione Donizetti che porterà questa Traviata in tournèe in Giappone nel mese di gennaio insieme a L’Elisir d’amore, che vedremo a Bergamo il 16 e 18 ottobre. L’allestimento si è incentrato sulla scelta eclettica, così come è la sua formazione, del regista veronese Paolo Panizza e il suo lavoro di supervisione ha ricordato molto l’allestimento che elaborò per I Puritani della scorsa stagione. Un linguaggio con numerosi rimandi interni alla propria produzione; dall’acconciatura rosso-bionda della protagonista, all’uso piramidale delle comparse nelle scene affollate, alle decorazioni marcate negli arredi e nei costumi. Nessuna trasgressione per questa Traviata, che Panizza ha deciso di spostare in avanti come allestimento cronologico con l’intento di rendere la protagonista più vicina ed attuale al pubblico. Una scelta non errata, ma forse resa eccessivamente complessa dalle troppe sovrapposizioni di stili poste in scena da Italo Grassi: i paraventi orientaleggianti rimandavano alla Parigi degli anni ’70 dell’800 e alla pittura impressionista che trasse spunti preziosi dall’arte giapponese, mentre i fondali con sagome femminili in puro stile Liberty spostavano in avanti l’orologio del tempo creando alcuni passaggi non del tutto scorrevoli. Positivo in ogni caso il risultato complessivo che ha portato alla luce le sfumature di quest’opera verdiana dove Violetta è una donna-icona, ambita e poi abbandonata da tutti: incorniciata nel tondo multifunzionale presente in tutte le scene come una cornice dai momenti di festa, al letto di morte a conclusione del dramma.